Amy Davidsen, The Climate Group: “Le rinnovabili convengono, il cambiamento è fra noi”



Amy Davidsen

Boston – “La sola strada possibile è mettere insieme le grosse corporation, le ong, le utilities e i governi affinché tutti insieme realizzino un cambio di paradigma nelle politiche e nei mercati. Il nostro approccio al cambiamento climatico è sempre stato quello di vederlo non come un problema ma come un’opportunità per creare un mondo migliore tramite l’innovazione tecnologica”. Sono parole di Amy Davidsen, direttrice esecutiva del Climate Group per il Nord America, all’ultimo #EnelFocusOn di Boston, dove ha discusso di come le aziende americane stanno affrontando la rivoluzione green in corso. Laurea in matematica alla Brown di Providence, nel vicino Rhode Island, Davidsen – un passato nel mondo delle banche: per JP Morgan Chase, per esempio, ha messo in piedi il primo ufficio dedicato agli affari ambientali – guida dal 2009 il potente braccio nordamericano della ong fondata nel 2004 per accelerare lo sviluppo sostenibile delle aziende. L’abbiamo intervistata a margine dell’incontro ad Harvard.

Se dovesse dare un consiglio a una società, magari piccola o media, che vorrebbe imboccare la strada delle rinnovabili per coprire in parte il proprio fabbisogno energetico, cosa direbbe ai loro manager?

“Un punto è ormai chiaro: le rinnovabili stanno diventando più economiche rispetto all’energia proveniente da altre fonti. Ecco perché sono un’opzione importante. Ogni società dovrebbe puntarci. Magari l’obiettivo di convertirsi al 100% è irrealistico per alcune come invece non lo è per quelle più grandi ma ciascuna dovrebbe diversificare il proprio mix energetico.

Non c’è alcun dubbio, almeno sotto il profilo dei costi”.

Dunque è una scelta anzitutto economica, più che etica.

“Il fatto è che in alcune zone del mondo le rinnovabili concedono una elasticità e una versatilità nella fornitura di energia, e dunque nei prezzi, impossibile con altre fonti”.

Lei ha detto che le amministrazioni sono importanti ma non sono le uniche protagoniste: in America la strada per la green economy è guidata da aziende, amministrazioni magari cittadine o statali. Basterà? Possiamo permetterci di perdere gli Stati Uniti per strada?

“Uscire dagli accordi di Parigi è stato un passaggio davvero pessimo. Gli Usa erano leader di quel patto e rimangono i secondi inquinatori del mondo. Ma c’è un però: non significa infatti che amministrazioni statali e imprese non si stiano preoccupando delle prospettive di lungo periodo e soprattutto della resilienza delle proprie organizzazioni. Moltissime stanno lavorando a testa bassa per contrastare il cambiamento climatico, anche le città hanno ormai introiettato il concetto di resilienza nel proprio funzionamento”.

Magari stanno aspettando una nuova amministrazione federale?

“No, non stanno aspettando. Stanno agendo e ci sono negli Stati Uniti molte iniziative bipartisan dedicate all’ambiente”.

Proprio come la Re100, promossa da The Climate Group?

“Sì, è uno dei nostri programmi. Come quello lanciato nel 2015 sulla produttività energetica, che punta a raddoppiarla entro il 2030, o quello dedicato all’edilizia a emissioni zero. Non basterà infatti convertire l’economia alle rinnovabili ma dovremo accertarci che l’efficienza di abitazioni, imprese e produzione aumenti, per abbassare contestualmente il fabbisogno. Re100 è una sorta di alleanza globale fra decine di grandi aziende, un programma sempre in fase di aggiornamento intrecciato ad altre iniziative lanciate da ong come Cvp o Winding Business Initiative: supportiamo le compagnie in termini di creazione del network, per condividere le migliori pratiche, così come tentiamo di trovare soluzioni adeguate alle imprese medio-piccole. Come dicevo, per loro non avrebbe molto senso prendere un impegno così intenso come il 100% di rinnovabili, hanno problemi spesso diversi, ma possono volerne implementare alcuni aspetti”.

Veniamo al problema scientifico: non crede che, oltre l’approccio economico e dunque razionale, il problema di fondo nel nostro rapporto col climate change sia culturale? Facciamo fatica ad affidarci agli allarmi lanciati dalla comunità scientifica e ci avveleniamo di fake news. Avete programmi in questo senso?

“Lavoriamo con aziende che quel salto l’hanno già fatto, che cioè sono guidate dai risultati scientifici anche nel loro approccio ai temi della sostenibilità. Ma no, non proviamo attivamente a convertire le imprese che non credono: preferiamo spingere sui leader, avanguardia dell’innovazione, che stanno aprendo il terreno. Loro si porteranno dietro tutti gli altri”.

Allargando a tutti, oltre le aziende: cosa dovrebbero fare le persone per provare a migliorare le proprie vite quotidiane sotto l’aspetto della sostenibilità, per non fermarsi alle parole e passare ai fatti?

“Ci sono così tante cose che le persone potrebbero fare. Dal nostro punto di vista è interessante invitarli ad analizzare i mix energetici dei loro fornitori di energia casalinga, privilegiando quelli che si affidano di più alle rinnovabili. E poi magari mangiare meno carne”.

Ha detto che le persone dovrebbero ricordarsi dell’ambiente soprattutto quando votano…

“Assolutamente. Si tratta della cosa più importante. Non so perché questi temi non siano al centro delle preoccupazioni delle persone: ovviamente altri aspetti, come le tasse, pesano di più. Si capisce, ma fino a un certo punto. Diciamo che, visto dagli Stati Uniti, il passaggio fondamentale sarebbe intanto portare le persone alle urne. Non sarebbe male, considerando il nostro approccio, iniziare la sensibilizzazione proprio dai dipendenti: le aziende dovrebbero condividere meglio con loro il senso e l’importanza della transizione verde che hanno imboccato. In fondo i lavoratori sono anzitutto cittadini, perché non partire da loro? Il cambiamento è ormai fra noi”.


Fonte: WIRED.it