Elezioni di metà mandato negli Usa: tutto quel che c’è da sapere

Elezioni di metà mandato negli Usa: tutto quel che c’è da sapere



(Foto: Dan Kitwood/Getty Images)

Martedì 6 novembre gli americani andranno alle urne per le elezioni di metà mandato, il primo grande banco di prova per l’amministrazione Trump a due anni dal suo insediamento alla Casa Bianca.

Le Midterm elections non hanno nulla a che vedere con la corsa alla Casa Bianca ma rinnovano parte del Congresso, eleggono i governatori di 36 dei 50 stati, rinnovano le assemblee legislative locali e, infine, esprimono il voto in materia di alcuni specifici referendum.

Gli americani dovranno eleggere tutti i 435 membri della Camera e un terzo circa dei 100 senatori (35, in questa occasione). L’assetto attuale vede le due ali del Congresso, ovvero la Camera dei rappresentati e il Senato, a maggioranza repubblicana, ovvero (teoricamente) fedele al presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Un assetto che non si verifica molto spesso nella vita politica americana e che sta contribuendo a scaldare gli animi su entrambi i fronti: da una parte i repubblicani che vogliono mantenere questo vantaggio, dall’altra parte i democratici che vogliono invertire la rotta.

I tanti dibattiti che si stanno svolgendo hanno visto anche il ritorno dell’ex presidente Usa Barack Obama che non ha nascosto il dito nell’accusare il suo successore: “Perché i tizi che hanno vinto le ultime elezioni sono sempre così arrabbiati?“, si chiedeva sardonico l’altro giorno durante un comizio in Florida, prima di intestarsi la paternità del boom economico.

Cosa sta succedendo

La temperatura è altissima, perché le Midterm servono  a chi governa per tastare il polso della percezione popolare, ma servono anche all’opposizione per prendere le misure di ciò che succederà nel biennio successivo.

Al momento attuale il tasso di gradimento del presidente Trump è del 39% ed è comunque in risalita rispetto al 36% registrato lo scorso settembre, per quanto ancora in calo netto rispetto al 42% di metà ottobre: a penalizzare il suo gradimento, oltre a un carattere indubbiamente istrionico e difficile, pesano le tante promesse che ha fatto e che ancora non è stato in grado di mantenere. Tra queste la riforma della Nato, il muro al confine con il Messico e l’espulsione in massa degli immigrati irregolari, al cui proposito l’inquilino della Casa Bianca è tornato a parlare a fine ottobre, accanendosi questa volta contro lo ius soli.

I sondaggi

Proprio mentre scriviamo la Cnn ha reso noti i risultati delle ultime rilevazioni, che vedono i democratici al 55% contro il 42% dei repubblicani per quanto riguarda il rinnovo del Congresso. La notizia in realtà è che si tratta pressoché dello stesso distacco registrato durante i sondaggi di metà settembre e di metà ottobre. Questo confermerebbe il dato storico secondo cui, durante le elezioni di metà mandato, il partito sconfitto alle presidenziali supera quello del presidente in carica. Ci sono state delle eccezioni – poche – l’ultima delle quali nel 2002 quando la popolarità dell’allora presidente George W. Bush era ai massimi in seguito all’attentato dell’11 settembre.

Anche nel 1998, durante il secondo mandato di Bill Clinton, quando nelle vele dell’economia americana soffiava molto vento, avevano vinto i democratici: in questo caso però, pur guadagnando seggi durante le elezioni di metà mandato, il partito non era riuscito ad avere la maggioranza in nessuno dei due rami del parlamento.

Il parere degli analisti

Secondo gli esperti i democratici possono spuntarla alla Camera, togliendo così la maggioranza ai repubblicani che la manterrebbero solo al Senato. Oggi i rappresentati repubblicani alla Camera sono 235 su 435, mentre al Senato sono 51 su 100.

Per quanto riguarda gli stati, se le più recenti intenzioni di voto venissero confermate 24 dovrebbero essere governati dai democratici e i restanti 26 dai repubblicani.

In ballo anche l’impeachment

Negli Usa le elezioni di metà mandato sono una sorta di referendum presidenziale, come si diceva. In questo caso Trump, che ha aizzato l’opposizione come raramente accaduto negli ultimi decenni, potrebbe uscirne con le ossa rotta. Se i democratici riuscissero a ottenere la maggioranza anche solo in una delle ali del parlamento creerebbero un muro quasi invalicabile per le leggi proposte da Trump: le quali, salvo rarissime eccezioni (come nel caso dei decreti presidenziali), necessitano appunto dell’approvazione del Congresso.

Se i democratici ottenessero la maggioranza alla Camera potrebbero dare il via alla procedura di impeachment ai danni di Trump. Per essere efficace però necessita dell’appoggio di almeno due terzi del Senato, condizione che il passato insegna essere quasi raggiungibile. Nella storia americana sono stati 3 i presidenti finiti nelle maglie dell’impeachment: Andrew Johnson nel 1868 e Bill Clinton nel 1998 e, in tutti e due i casi, il Senato non ha dato il necessario benestare. Il terzo caso risale al 1974, quando la Camera ha avviato la procedura contro l’allora presidente Richard Nixon, che si è dimesso prima che la questione approdasse sui tavoli dei senatori.

I candidati

Una grafica interattiva del New York Times mostra i volti dei 964 candidati alle elezioni di metà mandato, secondo il quotidiano americano le più diverse e inclusive della storia degli Stati Uniti d’America: 411 candidati sono donne o fanno parte minoranze etniche, sessuali o linguistiche (le quote rosa di questa tornata, da sole, comprendono 272 donne), e i bianchi arrivano appena al 58% del totale dei politici in corsa.

Il Times dedica ampio spazio anche alle possibili prime volte di queste elezioni: tra le altre, Christine Hallquist potrebbe essere la prima governatrice transgender d’America; Ilhan Omar la prima parlamentare di fede musulmana; Andrew Gillum il primo governatore di colore della Florida.

Isteria e faccia a faccia presidenziali

Durante gli ultimi comizi sono volati gli stracci. Sui palchi si è intensificata la presenza di Obama che ha ricordato agli americani il valore di Obamacare, la riforma sanitaria con cui ha esteso la copertura assicurativa a milioni di cittadini. L’attuale inquilino della Casa Bianca ha invece accusato il suo predecessore di essere un bugiardo seminatore di odio e di paura, ricordando agli americani che, dovesse aumentare la presenza democratica al Congresso, l’America verrebbe investita da quella che ha definito “un’onda criminale”.

La tensione è uscita dalla sua dimensione analogica per raggiungere le sfere digitali, tant’è che Facebook, impegnata da mesi nel rintracciare ed eliminare le fonti di disinformazione e manipolazione, ha aumentato le misure di sicurezza affinché non ci siano ingerenze esterne nello svolgimento delle elezioni.


Fonte: WIRED.it