Apple, Samsung e l’Antitrust: uno sguardo oltre la multa

Apple, Samsung e l’Antitrust: uno sguardo oltre la multa



Difficile non essere d’accordo con una decisione che multa Apple e Samsung, unite ironicamente dalla stessa colpa dopo aver passato anni a dire che no, non solo non hanno niente in comune ma sono uno il contrario dell’altro. Difficile non appoggiare l’Antitrust, che tante battaglie sacrosante ha combattuto e vinto, in questa presa di posizione contro due grandi della tecnologia e a fianco dei consumatori, che sono sempre la parte più debole. E che stavolta sono perfino stati indotti «mediante l’insistente richiesta di effettuare il download e anche in ragione dell’asimmetria informativa esistente rispetto ai produttori - ad installare aggiornamenti su dispositivi non in grado di supportarli adeguatamente, senza fornire adeguate informazioni, né alcun mezzo di ripristino delle originarie funzionalità dei prodotti».  

Insomma, non c’erano le istruzioni: l’aggiornamento avrebbe potuto rallentare lo smartphone fino a renderlo inutilizzabile. E non c’era modo di tornare indietro.  

Da qui a parlare di obsolescenza programmata, il passo è breve, e infatti la decisione del Garante è stata presentata come la prima al mondo a riconoscere e condannare questa pratica che renderebbe vecchi i prodotti tecnologici prima della loro fine naturale. Dietro, pare di capire, c’è il sospetto di una mossa analoga a quella del cartello dei produttori di lampadine elettriche, che alla fine del 1924 si accordarono per mettere in commercio modelli che durassero meno di quanto la tecnologia dell’epoca consentisse, e costringere così i consumatori a cambiarli più spesso. Perché è chiaro che le accuse mosse ad Apple e Samsung potrebbero in realtà essere estese a tutti produttori di smartphone. 

Una lampadina a incandescenza, un tostapane, un phon, hanno essenzialmente una sola funzione, e lavorano senza software, senza essere connessi in rete, senza necessità di aggiornamenti. Uno smartphone è un’altra cosa, e basta pensare alla sua consistenza fisica: un pezzo di metallo, con un grande display. Sul display non ci sono bottoni, pulsanti, manopole: l’interfaccia, il modo in cui si interagisce col dispositivo, è un software, e un software è pure il sistema operativo, che ne regola le altre funzioni e permette di installare programmi, le app.  

In questo caso, il Garante fa un pesante rilevo sull’hardware, e commina ad Apple una multa supplementare (altri 5 milioni) per la questione delle batterie dell’iPhone che dopo un certo periodo non mantengono più la carica come all’inizio. Ma per il resto le accuse riguardano il software: Apple e Samsung hanno corretto bug e sistemato potenziali falle di sicurezza, hanno reso i loro dispositivi compatibili con tecnologie nuove e app più avanzate. Però hanno omesso di dichiarare che potevano diventare più lenti, fino ad essere in qualche caso addirittura inutilizzabili. È successo a chiunque abbia uno smartphone o un tablet: l’unica alternativa è fermarsi al momento dell’acquisto, usare sempre le stesse app, essere tagliati lentamente fuori da funzioni e servizi più o meno utili.  

L’accusa è di aver spacciato per miglioramenti quelle che in realtà sarebbero manovre per indurre i clienti a pensare che il loro smartphone sia diventato vecchio e dunque sia necessario comprarne uno nuovo. Obsolescenza programmata, appunto. Oppure semplice realtà. Nessuno pretende che un computer vecchio di sei o sette anni sia in grado di fare quello che fa un modello attuale,eppure su un pc sostituire hard disk, ram, schermo e altre componenti è più semplice. Ma l’ecosistema di app e servizi che ruota intorno a uno smartphone cambia più in fretta, e le innovazioni - vere o presunte - sono più frequenti. Non sempre è possibile fare in modo che funzionino anche su apparecchi più vecchi, è vero, ma siamo sicuri che dopo aver sperimentato come un telefono diventi inutilizzabile a causa di un aggiornamento, chi l’ha comprato decida poi di acquistare il modello nuovo della stessa marca? Non sarebbe piuttosto spinto a cambiare, specie ora che app e servizi sono utilizzabili su Android e iOS indifferentemente?  

Ancora, Apple non è il primo produttore di smartphone al mondo, ma è quello che guadagna di più, grazie ai margini elevati dell’iPhone. Però oggi il 15 per cento del fatturato di Cupertino arriva da software e servizi: ed è nell’interesse dell’azienda che la piattaforma di dispositivi compatibili sia il più ampia possibile, perché ad esempio più utenti possano usare iCloud, Apple Pay o Apple Music. Da qui l’esigenza di aggiornare, ma pure di far sì che i dispositivi siano effettivamente utilizzabili, e infatti già da un paio di generazioni, iOS installa su iPad e iPhone soltanto le parti del software effettivamente compatibili con quel dispositivo. E prima del lancio degli ultimi modelli all’inizio di settembre, secondo i dati di Mixpanel, oltre il 30 per cento degli utenti iPhone possedeva ed usava iPhone 6 e 6S, usciti rispettivamente nel 2014 e 2015.  

Se l’obsolescenza programmata è una teoria tutta da dimostrare, è certo però che i gadget invecchino in fretta. Anzi è scritto nel loro destino, e non vederlo significa non riconoscerne la natura ibrida di oggetti in cui hardware, software e servizi si intrecciano in maniera indissolubile. Così non essere d’accordo con il Garante è difficile ma necessario, nonostante sia una posizione impopolare. Anche perché se Apple e Samsung non avessero fatto nessuno sforzo per migliorare i loro prodotti non avrebbero avuto nessuna multa.