La storia del buco trovato sulla Stazione spaziale (fatto da un essere umano sulla Terra)



(foto: Nasa)

L’ultimo aggiornamento pubblicato dall’agenzia stampa russa Tass lo conferma: il foro di 2mm nella parte della Soyuz responsabile della perita di pressione sulla Stazione spaziale internazionale (Iss) a fine agosto è opera di un essere umano. Nessun micrometeorite, dunque, ma un errore umano o addirittura un atto di sabotaggio perpetrato quando il modulo si trovava ancora sulla Terra, presumibilmente nell’hangar di assemblaggio finale o nella stazione di controllo e test prima dell’invio del modulo a Baikonur.

I fatti
Tra il 29 e il 30 agosto scorsi i sensori hanno rilevato una perdita di pressione a bordo della Iss. Variazioni lievi, che non hanno mai messo davvero in pericolo l’equipaggio. Ma la causa andava trovata o alla lunga avrebbe causato la fuoriuscita completa di aria.

Gli astronauti hanno così passato al setaccio i moduli componibili della Iss trovando alla fine un microscopico foro nella Soyuz che aveva portato nuovi membri dell’equipaggio nel giugno scorso.

Il buco di appena 2mm è stato prontamente riparato con resina epossidica e i valori di pressione a bordo ripristinati senza danno.

Ma che cosa ha bucato la parete della Soyuz?

La mano umana
Le immagini raccolte e pubblicate dalla Nasa sembrano scartare definitivamente l’impatto con micrometeoriti o altri detriti spaziali, smentendo le ipotesi fatte dall’astronauta Scott Kelly a distanza di poche ore dalla scoperta del foro nel modulo della Soyuz. Il buco, infatti, è perfettamente circolare e soprattutto sulla parete interna della capsula c’erano quelli che sembrano i segni di un trapano.

Gli indizi, quindi, portano a pensare che dietro il foro della Soyuz ci sia la mano umana. Si tratta forse dell’errore di un tecnico durante l’assemblaggio finale, una disattenzione nascosta poi ai superiori con un tentativo di riparazione – cosa che spiegherebbe come mai la perdita di pressione sulla Iss è stata avvertita dopo circa due mesi. Tuttavia non si esclude nemmeno l’ipotesi di un sabotaggio.

Che sia stato un incidente o un atto volontario, i responsabili dell’indagine ritengono che si sia verificato nel periodo di 90 giorni in cui la Soyuz si è trovata nell’hangar di assemblaggio finale o nelle strutture in cui si svolgono gli ultimi test pre-partenza. In ogni caso sotto responsabilità dell’azienda aerospaziale russa Energia, che ha sede a Korolyov, vicino a Mosca.

“Una delle possibilità è che l’astronave possa essere stata danneggiata nell’hangar di assemblaggio finale, oppure potrebbe essere accaduto alla stazione di controllo e collaudo, che ha effettuato i test finali di esecuzione prima che la navicella fosse inviata a Baikonur”, ha confermato una fonte anonima della Tass, che ha aggiunto che l’accesso a questi spazie di lavoro è strettamente controllato. “Solo quelli con un’apposita autorizzazione di sicurezza hanno il permesso di entrare”, ha riferito la fonte. “Inoltre, all’ingresso dell’hangar e della stazione di controllo e misurazione ci sono guardie che controllano tutti quelli che vanno e vengono”.

Chi dunque può aver commesso una simile leggerezza, se non addirittura una manomissione? Energia sta conducendo un’indagine interna, pare. E Dmitry Rogozin, a capo dell’agenzia spaziale russa Roscosmos, ha promesso di trovare la persona o le persone responsabili.

Infine, sembra non ci sia motivo particolare di preoccuparsi per la tenuta della riparazione. Il modulo, infatti, è destinato a staccarsi dal resto della Soyuz durante le operazioni di rientro sulla Terra, senza rischio per l’equipaggio che sarà sigillato in un altro comparto della navetta.


Fonte: WIRED.it