Case popolari, la madre di Paola Taverna e la campagna #scroccopoli



Gli hashtag per comunicare politiche sociali fuori dai social sono pericolosi. E #scroccopoli non fa eccezione. È il modo con cui gli amministratori Cinquestelle di Roma, a partire dal sindaco Virginia Raggi, hanno indicato nel 2017 la lotta – sacrosanta –  all’occupazione delle case popolari. Cioè, a chi, indebitamente occupa un alloggio del Comune oppure, pur rispettando i criteri per essere assegnatario, non paga poi il canone di affitto calmierato accumulando debiti consistenti.
Oggi questa lotta torna d’attualità perché la mamma ottantenne di Paola Taverna, esponente del Movimento Cinquestelle, è tra le persone assegnatarie di casa popolare da cui il Comune sta per sfrattarla.

(Foto: wikipedia.org)

Perché è pericoloso dare l’etichetta scroccopoli? Perché la comunicazione iper semplificata su temi sociali complessi come quello del diritto alla casa si scontra poi con le contraddizioni normative, i casi singoli, la giungla di situazioni che non sempre possono essere ricondotte agli abusi in stile Tor Bella Monaca. Abusi che ci sono e sono tanti, frutto però della combinazione terribile tra furberia (e nemmeno sempre si può parlare di furbetti), assenza di controlli, burocrazia e ogni tanto qualche connivenza proprio da parte dell’amministrazione romana. Ad esempio, c’è chi ha diritto alla casa ma poi per mille motivi non riesce a pagare nemmeno la quota bassa di affitto (intorno ai 170/200 euro al mese) al Comune. Un fenomeno che i Radicali avevano calcolato in questa mappa.

Per combattere gli abusi – non i furbetti – serve a monte un sistema efficiente di gestione del patrimonio edilizio pubblico, leggi chiare e non lacunose, senza mettere necessariamente alla berlina persone e situazioni di cui non sappiamo nulla.

Foto dal profilo Facebook

E ora veniamo ai dati per Roma. La premessa doverosa è questa: all’amministrazione Raggi va il merito di essere riuscita a sbloccare le assegnazioni degli alloggi arrivando nel 2016/2017 a 750 case date a chi ne aveva bisogno, contro una media di 250 assegnazioni/anno nel periodo precedente all’insediamento dell’amministrazione grillina.
Parliamo però di 750 case su un patrimonio totale gestito tra Roma Capitale e l’Ater, cioè l’agenzia territoriale per l’edilizia residenziale, di 76 mila 328 alloggi (i dati sono stati analizzati dall’Osservatorio Casa Roma che ha fatto un lavoro utilissimo di estrazione). Quanti di questi sono occupati abusivamente? Secondo una ricognizione del Comune fatta a novembre 2017, circa 6 mila  e solo del patrimonio di edilizia pubblica residenziale: quindi, della quota di  47mila 945 abitazioni gestite direttamente dall’Ater.

Sommati però a quelli di Roma Capitale, gli alloggi disponibili invece sono tanti? Sono pochi? La risposta dipende da quanto è misurabile attualmente il disagio abitativo da arginare. Un problema capirlo perché i dati sulle richieste legittime di una casa popolare sarebbero calcolabili a partire dal numero di richieste presentate e accolte dal Comune. Quelle informazioni sono aggiornate solo al 2012. Vuol dire che ci sono persone, famiglie, poveri che hanno fatto richiesta sei anni fa e probabilmente ancora attendono l’assegnazione o si sono visti respingere la domanda per banali errori di compilazione dei documenti (e questo nel 37% dei casi secondo l’Unione Inquilini). Non conosciamo ad oggi il vero numero di richieste fatte, né quelle che possono dirsi legittime.

Se il sistema fosse efficiente, il sindaco di Roma non avrebbe bisogno di lanciare slogan a effetto. Un conto  è dare al pubblico i risultati di un piano di ristabilimento della legalità sull’assegnazione delle casa, un altro è fare campagne alla “daje all’abusivo” che a parte fomentare odio e disagio non sempre poi sono garanzia di efficienza e giustizia sociale.
Da Milano, ad esempio, dove la situazione delle case occupate è altrettanto grave, non sono partite campagne social di lotta dura e senza paura agli abitanti delle case popolari (almeno, non ne ho trovate scavando nei social ma se mi sbaglio segnalatelo pure nei commenti).

Non siamo noi a dover dire se la situazione della mamma di Paola Taverna rientri nella casistica dei furbetti o meno: nel caso sia così, il Comune applicherà semplicemente la legge. Ma la spettacolarizzazione e la gogna, rilanciata anche dai media, con la seria assegnazione del diritto alla casa non c’entra nulla, e anzi è offensiva proprio nei confronti di chi sogna solo di avere un tetto sopra la testa e vorrebbe averlo in fretta.  Possibilmente senza annunci via Twitter.


Fonte: WIRED.it