Eni, il gap energetico e le vie per un nuovo modello

Eni, il gap energetico e le vie per un nuovo modello




Ferrera Erbognone
, in provincia di Pavia, e Pointe-Noire, nella Repubblica del Congo hanno poco in comune, ma un punto di contatto c’è e si chiama Eni: la multinazionale italiana dell’energia ha nella cittadina pavese il suo Green Data Center, casa del supercalcolatore Hpc4, ed è presente nel paese africano dal 1968. Il parallelo tra mondi è approdato anche al Singularity U Italy Summit, in programma a Milano dal 1 al 3 ottobre 2018, l’appuntamento che, mira a creare, nei paesi ospitanti, una comprensione dei cambiamenti che si possono generare con l’applicazione delle tecnologie esponenziali. Eni, nello speech Closing the gap: the urgent need for a new energy model, ha proposto un approfondimento sul tema del gap energetico tra Nord e Sud del pianeta e sul bisogno di ricercare una nuova via che riduca, appunto, il differenziale.

Tema che si riallaccia a quello più generale della transizione energetica in corso e quindi al bisogno di individuare un nuovo mix che sostenga fabbisogni sempre più complessi, come quelli richiesti dal nuovo corso industriale e tecnologico.

Scenari diversi sussistono invece in altre zone del pianeta, ad esempio in Africa, dove, il tema delle tecnologie esponenziali non può essere primario a fronte di un accesso all’energia che manca ancora per milioni di persone. Un ritardo che rallenta molte dinamiche, a partire dalla diversificazione economica.

L’esempio di Pointe-Noire non è casuale; nel paese africano, dieci anni fa, si avviava la costruzione della Centrale Elettrica del Congo (Cec), di cui Eni ha sviluppato il progetto nell’ambito degli accordi con la Repubblica del Congo per lo sviluppo del campo offshore Marine XII.

Un cambiamento importante per la soddisfazione della domanda di energia elettrica del paese, dai bisogni minimi a quelli più strutturali. Evoluzioni che ha potuto toccare con mano Marco Rotondi, tornato in loco nel 2018, come managing director di Eni nella Repubblica del Congo. Cinquant’anni esatti sono trascorsi dall’arrivo di Eni nel paese africano, dove conduce attività nell’offshore e nell’onshore, ma quali sono le sfide attuali? Come spiega Rotondi a Wired, “sono 50 anni che operiamo nel Paese; e abbiamo iniziato con l’esplorazione nelle acque poco profonde. I primi quarant’anni sono stati focalizzati sulla produzione oil, fino al 2008, quando abbiamo scoperto dei grossi giacimenti a gas e ci siamo chiesti come valorizzarli. La soluzione più semplice sarebbe stato esportarlo; all’epoca fu fatta la scelta di valorizzare questo gas per il mercato domestico ed è stata costruita la centrale”.

Una mossa che il manager, definisce, “vincente; abbiamo stimolato un processo virtuoso per lo sviluppo del paese, diversificando anche l’economia, basata sull’85% sulla produzione di oil & gas. I primi 300 megawatt sono stati destinati in larghissima parte a uso civile, abbiamo distribuito elettricità alle città; con l’aumento di altri 150 megawatt, speriamo che la diversificazione cresca”.

Tuttavia, malgrado una copertura al 60 per cento della domanda di energia elettrica nel paese, e progetti di ampliamento già in corso con una terza turbina, un’ampia fetta di popolazione resta esclusa, perché vive in zone remote. Secondo Rotondi, “la sfida sarà raggiungere altra popolazione, che vive in zone rurali, con impianti off grid che sfruttano altri tipi di energia, magari anche rinnovabili, come il solare. Stiamo facendo studi di fattibilità in merito”.

Trovare nuove vie per supportare la crescita energetica del paese non è certo l’unico impegno della multinazionale di San Donato Milanese nel paese dove, attraverso Eni Congo, opera nel blocco Marine XII. Sulle attività del gruppo, il manager conferma che continua “lo sviluppo del Marine XII, perché con la fase esplorativa abbiamo scoperto diverse strutture, quattro: ma ci sono margini da delineare ancora e questa attività continuerà nei prossimi anni. La sfida, adesso, è continuare a sviluppare e produrre petrolio e a valorizzare il gas; dobbiamo curare la produzione di gas associata a ogni nuovo pozzo che mettiamo in produzione, nell’ambito di un progetto a zero flaring. La centrale è sicuramente un aspetto ma non è l’unico. Stiamo contattando potenziali investitori, industrie pesanti, esigenti dal punto di vista energetico: abbiamo stilato una road map di incontri, attualmente in corso, con i potenziali investitori industriali per cercare altri sbocchi al gas che abbiamo scoperto in quantità elevate. È la sfida su cui siamo impegnati per controllare parallelamente lo sviluppo del blocco”.

In Congo, Eni ha anche progetti legati al territorio, in ottica sociale; nell’area di M’Boundi, sostiene un programma di biodiversità per tutelare la flora e la fauna delle aree liminari agli impianti, e con il Progetto Integrato Hinda, aiuta la popolazione nel passaggio ad attività economiche più complesse e diversificate. Altri progetti sono in corso, come “quelli culturali; stiamo ristrutturando tre centri. Quello a Pointe-Noire sarà il primo museo di storia dell’arte africana e di arte congolese; in Congo ci sono tanti artisti,soprattutto pittori, poco valorizzati. Con la Repubblica, abbiamo un accordo per la ristrutturazione di strutture che saranno destinate a diversi contenuti; parliamo di musei o centro polivalenti, come a Brazzaville e Makoua”. A Oyo, nel nord del Paese, si lavora all’avvio di un centro di formazione e ricerca, che punta a radunare “i migliori ricercatori africani su tematiche come le rinnovabili, l’ambiente e temi inerenti la sostenibilità. Stiamo preparando la governance e costruendo la struttura; sarà una fondazione locale, con ricercatori locali, e un paio di figure Eni per la direzione finanziaria”. 

Già reservoir engineer, Rotondi, che è stato anche general manager in Nigeria, è tornato nella repubblica congolese con il ruolo di managing director: gli chiediamo quanto conti per lui il tema reputazione, lavorando in un continente, quello africano, dove la presenza di Eni è associata a grandi risultati ma anche a vicende che approdano talvolta in cronaca. Il manager ribadisce che “la reputazione è fondamentale, soprattutto per chi lavora in quei posti con passione, sono contesti difficili; siamo stati attaccati più volte; non è piacevole. In questi paesi, contrariamente al passato, è davvero importante aiutare la crescita locale. L’esempio della centrale è lampante, è importante lavorare per l’azienda ma lasciare qualcosa al paese”.

Il tema del gap, energetico e infrastrutturale, si impone, per un player dell’energia come Eni, a vari livelli; come soggetto che, vendendo energia, può contribuire a riscrivere scenari ma non solo, come spiega Dario Pagani, executive vp information & communication technology e membro dell’Eni digital transformation Steering Committee. Rimarcando che il gruppo è presente in 71 paesi, il manager afferma che talvolta, lavorando in ambiti più evoluti “è semplice pensare di fare altrove il copia e incolla: dobbiamo invece avere la consapevolezza che per abilitare certi tipi di sviluppo o sfruttare certi tipi di tecnologia serve infrastruttura. Servono quindi, nel caso tecnologico, le autostrade informatiche, la connettività, le infrastrutture di base per poi costruirci sopra. Qui si crea il divario e noi operando in tanti paesi, ci troviamo di fronte a situazioni estremamente diverse”.

Chi colmerà prima il gap? “In alcune aree è possibile che il gap venga colmato prima perché non vanno fatti tutti gli step evolutivi ma solo una parte; è vero che l’accesso all’energia è un aspetto fondamentale. Ci sono paesi che si stanno sviluppando maggiormente e dove trovi il 5G, che non è diffuso nemmeno da noi in Italia. Come azienda, utilizziamo molte tecnologia finalizzate all’asset integrity e alla sicurezza e alla salute (HSE) di nostri operatori“.

Ma, chiediamo infine a Pagani, una competizione come quella dei supercalcolatori, a cui di fatto anche Eni prende parte con HPC4, come attore non governativo, non aumenta il gap tecnologico tra i paesi? “No – risponde Pagani – Bisogna capire l’uso che se ne fa. La capacità è quella di far sviluppare in modo sinergico hardware, software e competenze. Non è solo un problema di potenza, se pensiamo che i primi cinque computer governativi hanno dieci volte la nostra potenza installata. Allora ti basterebbe acquistare tanta capacità di calcolo, ma ciò non è sufficiente. Inutile avere tanta capacità se poi non sono in grado di utilizzarla. La potenza di calcolo è nulla se non avessimo sviluppato algoritmi proprietari. La tecnologia è un fattore additivo delle competenze delle persone e noi, a differenza di altri, lo facciamo in Italia”.


Fonte: WIRED.it