Quando un’azienda può dire di essere davvero a emissioni zero?



Credits: Sara Moraca

Si fa presto a dire impresa sostenibile. D’altronde ricorrere a pratiche amiche dell’ambiente, stando ad alcune ricerche, farebbe bene anche al profitto aziendale. Secondo l’indagine Total Retail 2017 della società di revisione contabile Price Waterhouse Cooper, il 70% dei millennials e il 66% degli over 35 italiani sono disposti a spendere di più in nome della sostenibilità.

Come chiariscono gli esperti di Vtt, centro di ricerca norvegese specializzato sul tema, non basta utilizzare biomateriali e aumentare il riciclo delle materie prime per poter definire un business sostenibile. Anche perché possono determinare un elevato dispendio energetico, l’utilizzo di sostanze chimiche ad alta tossicità e trasporti lunghi. Di fronte a simili fattori, occorre prendere in esame l’intero ciclo di vita del prodotto per valutare l’impatto complessivo sull’ambiente. Ma è una sfida che le aziende non possono più rimandare.

A metà settembre Apple ha annunciato che investirà una cifra non resa nota al pubblico per avviare un programma di riforestazione delle mangrovie in Colombia. L’area si estende per circa 170 chilometri quadrati nella zona del delta del fiume Sinù. Le mangrovie saranno in grado di catturare 18,739 tonnellate di anidride carbonica in due anni, la stessa quantità di emissioni – è quanto sostiene la multinazionale – che le auto che aggiornano le mappe di Apple produrranno nel prossimo decennio. Queste foreste, spesso eliminate per far posto a piantagioni di riso, palme da olio o impianti di acquacoltura, possono assorbire molta più anidride carbonica rispetto ad altre specie vegetali.

Si tratta di calcoli estremamente complicati, che vanno presi con beneficio di inventario. Ma pur con questa consapevolezza, si tratta di un progetto positivo, che dovrebbe essere imitato”, commenta Arianna Azzellino, professoressa di ingegneria ambientale al Politecnico di Milano.

Il ruolo delle tecnologie per le emissioni negative è tuttavia controverso. Mentre alcuni ne decantano le lodi, altri esperti sono dell’opinione che possano essere utili solo in una seconda fase, successiva a una forte decarbonizzazione dell’economia globale, in particolare del settore energetico. “Al di là delle cifre fornite da Apple e alla nota capacità dei mangrovieti di stoccare diossido di carbonio, possiamo però precisare che la riforestazione non è paragonabile a una foresta originaria. Sarebbe quindi importante iniziare a proteggere quello che esiste in natura. L’iniziativa di Apple è comunque degna di nota, specie se consideriamo che le mangrovie hanno un valore ecologico elevatissimo: alcuni studi hanno dimostrato che nel Sud Est asiatico, dove le mangrovie sono state eliminate per far posto all’acquacoltura, l’impatto dello tsunami è stato più forte”, spiega Roberto Ambrosini, ricercatore di ecologia all’Università Statale di Milano.

È chiaro che, a oggi, Apple – così come qualsiasi azienda- non è in grado di compensare tutte le emissioni prodotte, specie per ciò che concerne il comparto energetico. “L’unica nazione carbon negative è il Bhutan, ma lo stato ha creato un framework molto preciso, che vieta persino l’abbattimento delle foreste”, continua Ambrosini.

Essere totalmente carbon negative per un’azienda non è impossibile, spiega l’esperto: “Se si potesse associare l’utilizzo delle fonti rinnovabili per la produzione di energia alla cattura delle emissioni prodotte il risultato potrebbe essere positivo”. Esistono inoltre diverse centinaia di aziende nel mondo che hanno deciso di aderire al Carbon Neutral Protocol, un ente che si occupa di certificare che, grazie ad alcune azioni di compensazione e progetti di sostenibilità, le emissioni di una data azienda risultano effettivamente compensate e sono infine pari a zero. Tra i nomi più noti che aderiscono al protocollo ci sono Microsoft, Pwc, Avis e la Scandinavian Airlines.

Nel caso di Microsoft, per esempio, sono stati avviati oltre 30 progetti in 21 paesi, ricorrendo a un mix di tecnologie verdi e diffusione di buone pratiche all’interno dell’azienda, che hanno contribuito a soddisfarne l’obiettivo carbon neutral. Scandinavian Airlines ha predisposto un tool online che permette a ogni viaggiatore di calcolare e compensare la quota di emissioni emesse coi propri spostamenti. L’impronta ecologica è poi stata azzerata grazie a una serie di progetti eolici su vasta scala. Avis sta compensando la propria quota di emissioni grazie ad alcuni progetti idroelettrici nella provincia cinese di Gansu e nello stato indiano del Hinachal Pradesh, dove questi interventi hanno ridotto la necessità di ricorrere a combustibili fossili. La compagnia di noleggio auto ha inoltre coinvolto clienti e franchisee nel raggiungimento di quest’obiettivo, fornendo di volta in volta consigli per una guida più eco-friendly e la gestione sostenibile di un autonoleggio.

In definitiva, dunque, un programma come quello di Apple per la riforestazione delle mangrovie è sicuramente un esempio virtuoso e da imitare ma, gli esperti consultati lo confermano, non è semplice predisporre un programma efficace per azzerare le proprie emissioni. Si deve solitamente agire su più fronti, coinvolgendo e motivando collaboratori, clienti, dipendenti. E tutto questo potrebbe non essere ancora sufficiente, perché ricercatori ed esperti sono sicuri non esista un “metodo perfetto” o definitivo.

Oltre alla riforestazione, esistono altri metodi utilizzabili, come l’afforestazione, ovvero la costituzione di una foresta laddove non c’era, e la Beccs, che permette di ottenere emissioni negative grazie all’unione di fonti di bioenergia (energia da biomassa) con la cattura e lo stoccaggio del carbonio geologico.

Il vero impatto zero, però, non esiste e, essendo di fronte a un problema di scala globale, iniziative come quelle voluta da Apple possono fare la differenza, se attuate su ampia scala”, commenta Azzellino. Chiaramente, tali soluzioni devono essere anche economicamente scalabili e inserite in cornici normativi adeguati. “Su questi temi, purtroppo, le aziende italiane tendono a muoversi sempre in ritardo. Come Politecnico,stiamo studiando un sistema di storage per l’anidride carbonica all’interno di capsule di vetro da allocare poi sui fondali marini, ma le principali aziende dell’industria marina italiana, seppur invitate a partecipare allo studio, non si sono dimostrate interessate. Sono poche le aziende che si lanciano in progetti visionari di questo tipo senza che il contesto normativo lo renda quasi obbligatorio”, conclude l’esperta.


Fonte: WIRED.it