La lotta al cambiamento climatico passa per le imprese: la chiave è nel valore condiviso



(foto: Getty Images)

NEW YORK – “Ci siamo abituati a pensare che il business sia il male, che sia la causa di tutte le disparità e della distruzione del Pianeta. E invece oggi è proprio il business la soluzione a questi grossi problemi, se portato avanti con determinati principi”. In poche parole: se le imprese potessero stimolare il progresso sociale in ogni regione del Mondo, la povertà e l’inquinamento diminuirebbero mentre i profitti delle imprese continuerebbero ad aumentare. A parlare è Mark Kramer, co-fondatore e direttore di Fsg Foundation Strategy Group e uno dei più influenti esperti di valutazione strategica, impatto sociale e filantropia a livello mondiale. 

Il suo pensiero suona (ed è) fortemente rivoluzionario. E lo è non solo per il consumatore, ma anche e soprattutto per molte delle maggiori aziende sul piano internazionale, che lo considerano uno dei più importanti esponenti nello sviluppo di modelli sostenibili e che stanno rivoluzionando il loro modo di pensare e agire alla luce delle sue teorie economiche.

 

Ma in che modo, esattamente, produrre, vendere, fare affari e andare in cerca di un profitto possono conciliarsi con la lotta alle diseguaglianze sociali e avere un impatto positivo sull’ambiente? Lo abbiamo affrontato nel corso di #EnelFocusOn, un dibattito organizzato da Enel all’interno della Climate Week di New York City: una settimana dedicata al confronto tra governi, leader economici, organizzazioni no-profit ed esponenti della società civile sul problema del cambiamento climatico. La stessa Enel, con la metà dell’energia elettrica prodotta priva di emissioni di anidride carbonica (grazie all’idroelettrico, a impianti eolici, geotermici, fotovoltaici e alle biomasse), è uno dei principali player delle rinnovabili a livello mondiale.  

Durante l’evento, titolato Creating Shared Value to Tackle Climate Change (Creare valore condiviso per affrontare il cambiamento climatico) Kramer ha messo in chiaro quali sono i nuovi principi cardine di cui il business – e il Pianeta – hanno bisogno. Primo tra tutti, quello di shared value, o valore condiviso. 

Di cosa parliamo quando parliamo di shared value
“Fare soldi risolvendo problemi sociali”: il concetto di shared value può definirsi così. Creare valore condiviso, per Kramer, significa che le aziende (e la stessa ricerca del profitto) possono essere la soluzione e gli artefici del progresso sociale, e aiutarci a risolvere problemi sia locali che globali. “La creazione di valore condiviso offre alle aziende l’opportunità di utilizzare le loro capacità, le loro risorse e le loro abilità gestionali per guidare il progresso sociale”, spiega il professore. 

Società e imprese (e il bene sia dell’una che delle altre) risultano fortemente e inevitabilmente connesse: sotto questa prospettiva, creare valore condiviso appare come uno dei modi migliori con cui le aziende, con gli strumenti dell’innovazione, possono farsi artefici di sfide di portata globale come appunto la lotta cambiamento climatico. 

Perché proprio le imprese (e non la politica)?
“Le imprese si confrontano ogni giorno con la realtà, le esigenze e i problemi e devono risolverli, hanno la capacità di trovare soluzioni pratiche, tangibili. Diverso è il discorso della politica, che non è a contatto diretto con le questioni reali”. Secondo Kramer, insomma, è il mondo del business che ha il potere di cambiare le cose, anche più dei governi e delle organizzazioni non governative, “che, di fatto, hanno risorse che non sono neppure paragonabili a quelle delle company”. 

I ricavi aziendali sono svariate volte maggiori rispetto alla spesa pubblica per l’investimento in innovazione sociale: stando all’esempio degli Stati Uniti, almeno otto. Sono di fatto le imprese che nutrono sia società civile che i governi stessi. Le imprese hanno la capacità di assumersi rischi, sono coinvolte in prima persona nello sviluppo strategico e di tecnologie, nell’innovazione e anche nell’adozione di pratiche nuove.“E, soprattutto, dobbiamo renderci conto che il profitto è il maggiore motore per l’innovazione, va avanti il professore: “Quando hai un modello di business che usa il profitto per dedicarsi a risolvere i problemi e le difficoltà del Pianeta e della società hai una risorsa incredibile, che nessun altro attore sulla scena possiede”. 

Quel che ne risulta è un circolo virtuoso: attraverso l’approccio dello shared value, il capitale erogato nella risoluzione dei problemi sociali ritorna all’azienda attraverso nuove opportunità, generate proprio dalla risoluzione dei suddetti problemi. L’impatto sociale sarà maggiore. Le aziende diventano in questo modo ancora più competitive. Naturalmente, nel caso del cambiamento climatico, il tutto è focalizzato sul progresso nella produzione di energia, sulla mobilità elettrica, sulle smart grid.

Un’evoluzione necessaria
“100 anni fa le persone non si preoccupavano del cambiamento climatico.

 Non conoscevano il problema delle emissioni, come d’altronde non si preoccupavano del cancro quando hanno fondato le aziende di tabacco”. Quello che Kramer intende è che la minaccia che alcune forme di progresso rappresentano arriva dopo, con la conoscenza. “Allo stesso modo anche un qualsiasi modello di business prima o poi si deve confrontare con il trascorrere del tempo. Oggi è il momento del cambiamento climatico”. 

È chiaro che modelli di business sviluppati per la produzione di energia decine di anni fa non possono stare al passo con le nuove (e crescenti) esigenze della popolazione e non possono permettersi l’indifferenza nei confronti del cambiamento climatico e anzi, finora sono stati complici del problema. “Ma ora che queste conoscenze sono davanti agli occhi, e che le esigenze sul piano sociale e ambientale sono evidenti, non possiamo fare finta di niente”, insiste Kramer: “Soprattutto nei paesi in via di sviluppo, servono piani per portare infrastrutture adeguate, elettricità, ma anche occupazione, forme di sostentamento”. 

Oltre la filantropia, oltre la sostenibilità
Mettere in pratica la creazione di valore condiviso va molto oltre alla classica filantropia e la responsabilità sociale d’impresa, che di fatto cercano di mitigare i problemi creati dal business. La shared value, insomma, non punta a condividere un valore preesistente, né tantomeno “tampona”. Al contrario, cerca (e trova) vere e proprie opportunità nel risolvere i problemi della società e dell’ambiente.  

In più, secondo questo principio, la sostenibilità non può essere una parte aggiunta della strategia, un’opzione, bensì essere saldamente integrata alla base degli stessi modelli di business. 

La tecnologia al centro 
“Intelligenza artificiale, Internet of Things, Big Data e nuovi materiali sono assolutamente dei catalizzatori per la creazione dello shared value nella lotta al cambiamento climatico perché aprono a possibilità sempre nuove le imprese che investono nel settore dell’energia”, aggiunge il professore. Pensiamo per esempio all’impatto di sistemi dotati di sensori e celle capaci di percepire e catturare ogni singola molecola d’acqua dall’atmosfera nelle regioni più aride del Pianeta, e che consentono di trasformarla in una nuova risorsa. Oppure a robot che possano partecipare alla costruzione di interi impianti per l’energia solare, consentendo una riduzione dei costi, risparmio e minori rischi per la manodopera. 

Lo sviluppo tecnologico è sicuramente al cuore di questo processo. Ma da solo, emerge dal panel, non basta: “È necessario rendere consapevoli le persone anche al di fuori dei ristretti circoli accademici sul concetto di valore condiviso, e in particolare investire sui più giovani”. Avere una strategia sostenibile, insomma, va ben oltre al lato più pratico: significa parlare una lingua comune, avere un ruolo e andare in una stessa direzione, e questo presuppone un grosso cambio di mentalità. “A partire dal fatto che”, conclude Kramer, “noi non dobbiamo salvare il Pianeta. Il Pianeta va avanti benissimo anche senza di noi. È di noi che stiamo parlando: in questo caso è l’essere umano che deve salvare se stesso”.


Fonte: WIRED.it