Nucleare, in Italia scatta la demolizione dei primi reattori



La centrale nucleare di Garigliano (Sogin)

Vienna – Dopo anni di ritardi il programma di smantellamento nucleare italiano arriva all’osso duro. Ossia ai nuclei delle centrali dismesse. Sogin, la società dello Stato incaricata del decommissioning, è pronta ad attaccare i vessel, ossia i contenitori del combustibile radioattivo, negli impianti di Trino Vercellese, in Piemonte, e Garigliano, in Campania. Il progetto ha passato l’esame dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), che ha presentato la sua revisione a margine della sua conferenza annuale, in corso in questi giorni a Vienna. Ora manca il semaforo verde dell’autorità nazionale, da agosto riformata nell’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione (Isin). Per l’impianto campano fonti da Vienna indicano che dovrebbe arrivare entro la fine di settembre.

Trino e Garigliano sono due delle quattro centrali nucleari italiane ormai spente, con quelle di Caorso (provincia di Piacenza) e Latina.

Sono responsabilità di Sogin, insieme a quattro impianti dove si lavorava il combustibile nucleare, prima sotto la supervisione dell’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo sostenibile (Enea): l’Itrec di Rotondella (Matera), Ipu e Opec a Casaccia (alle porte di Roma), Bosco Marengo e Saluggia in Piemonte. Più il reattore del centro di ricerca europeo a Ispra, sul lago Maggiore, e lo stabilimento Nucleco a Roma.

Il programma di decommissioning
In totale Sogin ha un piano da 7,2 miliardi di euro per il decommissioning nucleare. Dal 2001 al 2017 ha speso 3,6 miliardi di euro, ma circa la metà ha foraggiato sicurezza e mantenimento dei depositi temporanei. Uno specchio del continuo tergiversare della politica quando si parla di decommissioning. Operazione obbligatoria, ma rinviata. Così, negli stessi anni, allo smantellamento vero e proprio sono andati 700 milioni di euro. Il 27% del totale di 2,6 miliardi. Ma è una spesa che non si può più rinviare. Entro il 2025 in Italia devono rientrare per contratto le scorie ad alta intensità al momento stoccate in Francia e Regno Unito. Tuttavia è alto il rischio di non avere pronto per quella data il deposito nazionale dei rifiuti radioattivi, che dovrebbe ospitarle temporeaneamente per un cinquantennio, visto che è in ritardo di almeno quattro anni sulla tabella di marcia.

L’attacco ai vessel di Trino e Garigliano è un lavoro nel cuore delle centrali. “Ora partiamo con le attività più difficili”, dichiara l’amministratore delegato di Sogin, Luca Desiata. Un segnale di fumo ai ministeri dello Sviluppo economico e dell’Ambiente, che devono autorizzare la società a pubblicare la carta che identifica le aree potenzialmente idonee a ospitare il deposito dei rifiuti nucleari. Pronta dal 2015, tenuta per anni sotto chiave, era sul punto di essere divulgata a marzo, dopo le elezioni, per volontà dell’ex ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda. Tentativo bloccato, come Wired aveva appreso all’epoca da fonti vicine al dossier ed è stato confermato di recente, dal collega all’Ambiente, Luca Galletti, che avrebbe dovuto firmare a sua volta il provvedimento. E da allora tornata sotto silenzio.

Una fase del decommissioning nucleare (Sogin)

L’assalto ai reattori
Smantellare il vessel significa arrivare al centro del reattore nucleare. Gli ingegneri devono tagliare il “boiler” di ghisa che conteneva il combustibile, smantellare gli impianti, sezionare la corazza esterna e tombare ogni pezzo in fusti di cemento.

La centrale di Garigliano, avviata nel 1964 e spenta quattordici anni dopo perché costava troppo adeguarla alle nuove norme antisismiche dell’epoca, presenta un reattore ad acqua bollente. Lo smantellamento richiederà nove anni di lavori e 100 milioni di euro di investimenti. Il vessel sarà sommerso, per impedire che le polveri causate dal taglio dei metalli si disperdano in atmosfera. Servirà un posto per collocare i rifiuti. Non una quantita esageratà, 240 metri cubi sui 2.300 già prodotti dalle demolizioni. Ma se il deposito nazionale fosse realtà, Sogin potrebbe risparmiarsi la costruzione dell’ennesimo magazzino a tempo. Dieci anni serviranno per smontare il vessel di Trino Vercellese. A un costo inferiore a Garigliano: 75 milioni di euro. Il reattore ad acqua pressurizzata, avviato nel 1965, è stato spento nel 1987, dopo l’incidente di Chernobyl.

Nel complesso Sogin stima di riportare Garigliano e Trino a livello brownfield, ossia al termine del processo di smantellamento, rispettivamente entro il 2026 e il 2031, con una spesa di 383,2 milioni di euro nel primo caso e di 241,7 milioni nel secondo. Tra otto anni l’azienda conta di chiudere anche il decommissioning della centrale nucleare di Latina, la più potente d’Europa negli anni Sessanta, con un investimento di 279,4 milioni di euro. Ma il raggiungimento del traguardo è appeso alle operazioni in corso nel Regno Unito, dove si sta aggredendo una centrale con la stessa tecnologia di Latina, gas e grafite. Un tipo di vessel per il quale non c’è ancora una procedura di demolizione su cui tutti concordano. E perciò congelata dalla stessa Sogin.

Per Caorso, infine, la data di scadenza è fissata al 2031. Il programma per arrivare al reattore c’è, ma prima Sogin deve liberare lo spazio da resine radioattive, da bruciare in Slovacchia. L’operazione si è sbloccata qualche mese fa dopo anni di ritardo.

La centrale nucleare di Trino Vercellese (Sogin)

L’esame di Vienna
Il dossier di Trino e Garigliano è il secondo che Sogin spedisce all’Aiea. L’anno scorso l’agenzia delle Nazioni Unite ha già studiato la pratica dell’intero programma italiano di decommissioning. E nel 2019 Desiata vorrebbe sottoporre a Vienna un progetto di economia circolare, che comprende impianti di energia rinnovabile e riforestazione.

Per gli esperti dell’Aiea (quattro, da Russia, Stati Uniti, Francia e Germania, più due coordinatori), che ad agosto hanno licenziato il loro parere, il programma italiano sul nucleare è stato condotto “in modo sistematico e prudente”. I revisori suggeriscono di “aumentare il livello di completezza della caratterizzazione” della radioattività, di utilizzare “tecnologie 3D per i modelli” e di considerare “soluzioni tecniche alternative” per lo smantellamento. A Trino, per esempio, “dobbiamo ancora effettuare la caratterizzazione radiologica”, spiega Francesco Troiani, direttore sviluppo e innovazione tecnologica di Sogin.

Nei documenti di Vienna, inoltre, sono messe nero su bianco due raccomandazioni. La prima è di considerare “situazioni inaspettate durante le operazioni di smantellamento, come “contaminazioni in aree di difficile accesso” o una documentazioneche non rispecchia il costruito. Casi tutt’altro che peregrini, specie nei quattro impianti del combustibile che Sogin ha ereditato dall’Enea.

L’intervento di Bosco Marengo ha riservato sorprese agli ingegneri. Ormai è agli sgoccioli ma anche in coda imprevisti hanno costretto a posticipare la chiusura, prevista per quest’anno. Motivi che spingono Desiata a chiedere condizioni più morbide nel codice degli appalti pubblici. “Chiediamo un’esenzione parziale per progetti di particolare complessità”, spiega il manager. Sogin deve affrontare ancora Saluggia, dove si concentra l’80% della radioattività. È l’ultimo impianto che conta di chiudere, nel 2036, con un esborso stimato di 474,8 milioni di euro.

La seconda raccomandazione di Aiea è di “rafforzare dal punto di vista finanziario e di risorse umane l’ente regolatorio”. “Abbiamo fatto una revisione nel 2015, il governo si è impegnato ma ci sono ancora questioni pendenti”, spiega John Rowat, coordinatore dell’equipe che ha revisionato Sogin. Il prossimo esame è nel 2020. E l’Isin, partito da agosto, è un ente che sulla carta ha diritto a 3,8 milioni di euro di finanziamenti e tecnici, ma rischia di accartocciarsi in pochi anni per effetto dei pensionamenti. “Dipende anche da che assunzioni saranno fatte. Servono tecnici”, incalza Desiata.

Lo smantellamento dell’alternatore nella centrale nucleare di Garigliano (Sogin)

Costi e introiti
Sogin ha ridotto il personale dell’8% da marzo del 2016. A giugno lavorano 1.196 persone nell’azienda al 100% proprietà del ministero dell’Economia e delle finanze. Il suggerimento dell’Aiea è di assumere giovani in tempo per trasferire alle nuove leve le conoscenze degli ingegneri che hanno esercitato le centrali italiane. Il gruppo si appresta a chiudere una semestrale da 32 milioni di euro (su una media decennale di 22 milioni). Entro dicembre il risultato si dovrebbe collocare tra 86 e 76 milioni di euro.

La società ha incassato 20 milioni da commesse estere. Consulenze in gestione strategica e di progetto, dalla Corea all’Asia, dal Giappone (interessato al robot che ha scarnificato il camino di Garigliano per Fukushima) alla Cina. Una nicchia nel mercato da 200 miliardi di euro che solo in Europa si spalancherà nei prossimi quindici anni per effetto dei processi di smantellamento. A bilancio quest’anno Sogin iscriverà anche un risparmio di 26 milioni di euro per avere rinegoziato con Francia e Regno Unito lo stoccaggio delle scorie nucleari spedite all’estero. Soldi, però, che rischiano di uscire dal cassetto molto più velocemente di quanto hanno impiegato a rientrare: se il deposito nazionale resterà ancora a lungo sulla carta, infatti, toccherà convincere Parigi e Londra a prolungare la conservazione ai rifiuti italiani. E la loro ospitalità ha un prezzo.


Fonte: WIRED.it