Febbre da 5G, rilanci verso i 4 miliardi. Perché l’asta per le frequenze va meglio del previsto



5G (Getty Images)

La gara per il 5G si è accesa. Dopo che le frequenze più ambite per le reti mobili di quinta generazione, quelle da 700 megahertz, sono state assegnate in un solo turno a Telecom, Vodafone e Iliad, le compagnie di telecomunicazioni hanno cominciato a dare battaglia sul secondo blocco all’incanto. Pena: perdere il treno del 5G e gli affari annessi e connessi. Chi gongola è lo Stato, che dalla competizione ha già incassato in una settimana circa 1,3 miliardi in più del previsto, arrivando a quota 3,383 miliardi. E dato che la gara non è ancora finita (è stato assegnato un blocco su tre), gli introiti potrebbero superare le previsioni più rosee di guadagno: 4 miliardi.

La corsa al 5G si è spostata ora sulla fascia dei 3.700 Mhz. In campo ci sono quattro aziende: Telecom, Vodafone, Iliad e Wind Tre. E quest’ultima è la più agguerrita, per le altre si sono già assicurate il loro posto al sole. Tanto che in questa fase di rilanci, Wind Tre è riuscita, almeno per un giorno, a mettere fuori gioco prima Telecom, poi Vodafone.

Ieri l’asta si è chiusa con l’ex monopolista di Stato in testa, con due blocchi (uno da 80 Mhz, l’altro da 20 Mhz) per un totale di 850 milioni di euro sul piatto. Poi Wind Tre, che per un lotto da 80 Mhz ha rilanciato fino a 697 milioni. Infine Iliad: 88,36 milioni per un blocco da 20 Mhz. Oggi, quindi, tocca a Vodafone premere sull’acceleratore. L’altro ieri si era aggiudicata un lotto da 80 Mhz per 572,2 milioni di euro. Resta ancora da assegnare anche la fascia dei 26 gigahertz (Ghz), per la quale, al momento, c’è un’offerta per ciascuno dei cinque lotti da tutte le compagnie: Telecom, Iliad, Fastweb, Wind Tre e Vodafone.

E tutte ravvicinate, tra 32,5 e 33 milioni di euro.

Le ultime offerte per l’asta 5G

Febbre da rilancio
Sul blocco dei 3.700 Mhz c’è stata un’escalation, per due motivi”, spiega Marco Berliri, avvocato partner dello studio internazionale Hogan Lovells e specializzato in tecnologia, media e telecomunicazioni. “Quella fascia è appetibile perché è subito disponibile e senza motivi di rinvio”, argomenta. Mentre la 700 Mhz sconta il malumore degli attuali occupanti, le emittenti televisive, che entro il 2022 dovranno traslocare. E hanno già presentato ricorso. Perciò il rischio è che si accumulino ritardi nell’implementazione del 5G nelle frequenze più importanti per sviluppare l’internet delle cose. Il secondo motivo è che, “assegnati i lotti dei 700 Mhz a tre soli operatori, le altre compagnie si sono trovate spiazzate”, aggiunge Berliri. Ed è scattata la rincorsa: in una settimana le offerte sono raddoppiate.

In particolare Wind Tre ha cercato di recuperare terreno. Per gli analisti la compagnia è quella che più di tutte in Italia soffre la concorrenza della debuttante Iliad, approdata in Italia per colmare la casella lasciata vuota proprio da Wind e Tre. In quanto ultima arrivata, la compagnia francese ha beneficiato di una corsia preferenziale nell’asta 5G per i 700 Mhz e pur pagando il lotto al doppio dei concorrenti, ne ha ottenuto uno senza scontro. Gli altri sono stati spartiti tra Vodafone e Telecom, a cui fa gola lo sterminato mercato che il 5G può spalancare. La concessione vale fino al 2037. L’ex monopolista di Stato ha annunciato di aver avviato a San Marino il test di una vera fabbrica 4.0 connessa con reti di quinta generazione.

In panchina per ora sono rimaste Linkem e Open Fiber. Pur essendo state ammesse alla gara, non hanno fatto nessuna offerta e potranno spartirsi gli eventuali avanzi lasciati dagli altri. A Wired la prima ha spiegato di detenere già “un importante e adeguato spazio frequenziale per lo sviluppo del 5G sia per famiglie (in particolare sullo spettro di frequenza 3,4-3,6 Mhz) che per imprese (sullo spettro di frequenza 26 Ghz)”. Test sono in corso a Catania.

Anche Open Fiber ha già frequenze nella fascia 24,5-26 Ghz, che scadono al 2022. E, a conti fatti, all’azienda divisa al 50% tra Enel e Cassa depositi e prestiti non conviene pagare un lotto proprietario. Specie quando le indiscrezioni hanno lasciato intendere che la gara del 5G avrebbe esposto un conto salato. Perciò, come hanno confermato fonti vicine al dossier a Wired, la scelta dei vertici è stata di rinunciare ai rilanci e noleggiare le frequenze all’occorrenza. Anche perché il futuro della società è da scrivere.

Open Fiber prosegue con il suo programma di cablaggio in fibra ottica dello Stivale, ma l’intenzione della politica è di farla convolare a nozze con la società della rete che verrebbe scorporata da Telecom per dimezzarne il debito da 25 miliardi. Le manovre di avvicinamento sono in corso, propiziate dalla Cassa depositi e prestiti che ha piedi in entrambe le scarpe. Oggi Open Fiber ha annunciato di aver raggiunto un accordo con Inwit, la controllata di Telecom che gestisce le torri di trasmissioni, per installare le sue antenne sulla rete di 11mila infrastrutture.

Il vantaggio di Roma
L’Italia è uno dei paesi più avanzati in Europa nella corsa al 5G. In Francia la gara per assegnare le frequenze, passaggio necessario per implementare le reti, è ferma. In Germania è tutto pronto ma posticipato al 2019. Nel Regno Unito sono state assegnate le frequenze da 2,3 Ghz e 3,4 Ghz con un incasso complessivo di circa 1,4 miliardi di sterline. Nel 2020 Londra metterà a gara le frequenze da 700 Mhz e da 3,6-3,8 Ghz.

A conti fatti l’asta 5G, scritta dall’Autorità garante per le telecomunicazioni, sta dando i suoi frutti. “Sta funzionando, è trasparente”, osserva Berliri. Il governo Lega-Movimento 5 Stelle si è ritrovato un incasso utile per finanziare le manovre del contratto. Quest’anno i proventi sono già stati stabiliti: comunque vadano i rilanci, allo Stato arriveranno 1,25 miliardi. Il resto è spalmato fino al 2022, quando saranno liquidati, alle offerte attuali, oltre 2 miliardi di euro.


Fonte: WIRED.it