Nucleare, perché il nuovo Ispettorato nazionale sull’atomo parte zoppo



Una fase del decommissioning nucleare (Sogin)

Vienna – Entro la fine dell’anno scatterà il trasloco. L’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione (Isin), la neonata autorità per la vigilanza dell’atomo in Italia, muove i primi, timidi passi. Il nuovo ufficio del demanio alle spalle del ministero dell’Ambiente segnerà in qualche modo il taglio del cordone ombelicale dell’Isin dall’istituto da cui è nato, quello per la sicurezza e la protezione ambientale, Ispra. E di cui è tuttora ospite, dall’avvio lo scorso primo agosto.

Tuttavia è un organismo gracile, l’Isin, e con il fiato corto. Dei suoi 54 dipendenti, il 30% è ormai prossimo alla pensione. E senza un concorso pubblico che, derogando al blocco delle assunzioni negli uffici statali, rimpolpi l’organico, l’Isin rischia di non riuscire a gestire la mole di carte e controlli che il piano di decommissioning gli riverserà addosso. In aggiunta alla vigilanza su ogni singola attività che riguardi il nucleare in Italia.

Dai reparti di radiologia all’industria.

Solo le autorizzazioni al piano di smantellamento di Sogin, la società incaricata dello Stato di ripulire centrali e impianti dell’atomo, sono un lavoraccio delicato e urgente. Senza l’autorizzazione dell’Isin, Sogin, per esempio, non può procedere ad attaccare i vessel delle centrali di Garigliano e Trino Vercellese, i cuori dei reattori nucleari. Per la prima l’ok è atteso per fine mese. Nel frattempo, però, l’azienda di Stato ha messo in panchina il programma di Caorso per non ingolfare gli uffici dell’Isin.

Questione di età
L’Ispettorato ha assegnato il dossier decommissioning a un ufficio di 15 persone, tra le quali il più giovane è un quarantenne. Uno dei problemi dell’ente è proprio l’età del personale. Entro 4-5 anni andrà in pensione il 30% dei dipendenti, i quali, oltretutto, hanno vissuto negli anni d’oro dell’atomo tricolore. Quando l’Italia era una potenza pioniera del nucleare. La loro memoria storica, però, rischia di svanire se le conoscenze non passeranno alle generazioni più giovani. Non è un caso che per il secondo anno di seguito, nella revisione sui progetti di Sogin, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) delle Nazioni unite abbia sollecitato l’Italia a iniettare denaro e risorse umane nell’Isin.

La sede dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica di Vienna

Il primo in linea teorica arriverà. Il decreto legge 137 dell’anno scorso, che determina organico e funzionato dell’ispettorato, riconosce anche un assegno annuo di 3,81 milioni di euro per far funzionare la macchina dei controlli. I soldi arrivano dalla stessa fonte che alimenta il bilancio di Sogin: la componente A2 della bolletta elettrica. E sono risorse in aggiunta ai trasferimenti di Ispra, alla qual subentra nei controlli. Tuttavia l’Isin ha necessità di braccia e occhi. È sotto la sua responsabilità la vigilanza di tutte le attività che hanno a che fare con il nucleare: ospedali, aziende, piccoli centri di ricerca. Decine di siti che si sommano ai punti nevralgici affidati alla Sogin. Ma finora manca l’autorizzazione a bandire un corcorso pubblico per assumere almeno 30 persone. “Servono figure tecniche e ingegneri, più che amministrativi“, evidenzia l’amministratore delegato di Sogin, Luca Desiata.

Al timone dell’ispettorato c’è Maurizio Pernice, avvocato ed ex dirigente del ministero dell’Ambiente responsabile del controllo del ciclo dei rifiuti. Lo affianca una consulta, dove siedono il presidente dell’Ispra, Stefano Laporta, il geologo Vittorio D’Oriano e la direttrice dell’Agenzia regionale per la protezione ambientale del Piemonte, Laura Porzio. L’ispettorato è articolato in cinque divisioni, tra tecniche e due amministrative. Ma la spinta è per rimpolpare le prime. D’altro canto, se l’Isin impiegasse troppo tempo ad autorizzare gli interventi, si trasformerebbe presto in un collo di bottiglia per un progetto, quello del decommissioning nucleare italiano, già afflitto da anni di ritardi.

La posizione del governo
Sul nucleare pende anche il giudizio dell’esecutivo Lega-Movimento 5 Stelle. Nel 2016 i senatori pentastellati Gianni Girotto e Paola Nugnes si erano scagliati contro la nomina di Pernice ai vertici dell’Isin. “Non ha i requisiti”, l’accusa. La linea del M5S è di subordinare l’individuazione del sito per il deposito nazionale all’approvazione del piano per i rifiuti nucleari. Un programma che la Commissione europea reclama da Roma dal 2015 e che è costato all’Italia, a causa dei ritardi, l’ennesima procedura di infrazione. In sostanza, per i pentastellati prima si approva il piano sulle scorie nucleari, poi la scelta dell’area dove tombarle. Tuttavia la scadenza del 2025 si avvicina a grandi passi. E il processo è ancora alle prime battute.

Dopo aver pubblicato la carta nazionale delle aree potenzialmente idonee (Cnapi), che è ancora sotto chiave, si apre una consultazione pubblica di quattro mesi. Al termine della quale Sogin produce una seconda carta, quella nazionale delle aree idonee (Cnai). Una selezione della selezione. Un altro round di consultazioni della durata di cinque mesi e si passa alle negoziazione del sito su cui costruire il deposito. I lavori richiederanno almeno quattro anni di tempo. Saranno preceduti da indagini e ispezioni per confermare che ciò che c’è riportato sulla carta corrisponda al vero. E dalle autorizzazioni in capo all’Isin. A conti fatti gli esperti stimano che, come minimo, occorrono almeno sei anni per arrivare al deposito. Sulla carta l’Italia sarebbe ancora in tempo. Sulla carta, però. Dal governo non è ancora arrivato il fischio d’inizio.


Fonte: WIRED.it