La Germania e il tentativo fallito di fermare Google News

La Germania e il tentativo fallito di fermare Google News



La nuova normativa sul copyright approvata dal Parlamento Europeo è pronta a cambiare la modalità di ricerca e lettura delle notizie online anche in Germania. Diversamente da quanto diversi media italiani stanno scrivendo, a Berlino e dintorni Google News funziona come in Italia. E questo nonostante dal 2014 anni la VG Media, federazione di editori che raccoglie circa 170 emittenti radiofoniche e televisive e oltre 200 pubblicazioni digitali, lotti per vedersi riconosciuti almeno una parte dei profitti generati dall’azienda statunitense grazie alle anteprime degli articoli che appaiono sul suo motore di ricerca. Nonostante un primo verdetto favorevole alla federazione nel 2014, il divieto di pubblicare anteprime degli articoli è stato sospeso lo scorso maggio dal tribunale amministrativo di Monaco. E oggi, come si può vedere, dallo screenshot più sotto, quotidiani come il Solinger Tageblatt (rappresentato dallaVG Media), continuano a vedere le anteprime delle proprie notizie su Google News.

Google News in Germania


È facile ad ogni modo immaginare che la nuova normativa europea sul diritto d’autore verrà applicata nella maniera più stringente possibile da autorità ed editori tedeschi, almeno fin quando si penserà che possa generare maggiori entrate per le varie testate giornalistiche. Da sempre “nemica” di Google sia ideologicamente (nel quartiere Kreuzberg di Berlino
diversi balconi espongono da settimane lenzuoli con scritte contro il colosso americano che vuole aprire un grande campus nella zona) che per come raccoglie informazioni sensibili (la privacy è un tema molto delicato), in Germania la salvaguardia del diritto d’autore ha creato studi di avvocati specializzati nello scandagliare il web alla ricerca di foto rubate o download di film (non solo in peer-to-peer).

La “minaccia” di agire per vie legali, condita da lettere in cui si citano le sentenze a favore di tribunali tedeschi già ottenute per casi analoghi, normalmente persuade chi ha commesso l’infrazione a negoziare rimborsi anche di duemila euro per foto in Creative Commons 2.0 per vizi di forma, come il non aver indicato il titolo della foto o l’assenza di un hyperlink verso una pagina che spieghi cosa sia una licenza in creative Commons 2.0. Grazie alla normativa europea  approvata nel 2017 anche lo streaming da piattaforme illegali è perseguibile con casi di richieste fino 915 euro per avere visto un film online. Normalmente buona parte della somma richiesta va a finire allo studio legale che, ben prima di trovare eventuali infrazioni, ha ottenuto una delega completa per muoversi indipendentemente. In basso, lo screenshot della richiesta di 915 euro per avere visto in streaming un film in Germania grazie ad una piattaforma che non ne deteneva i diritti.

Non c’è da stupirsi. Parliamo di un Paese in cui la Gema, la Siae nazionale, per anni, fino all’ottobre del 2016, ha bloccato la visione in streaming di tutti i videoclip di musicisti che non avessero esplicitamente acconsentito al caricamento delle proprie canzoni su Youtube. Il passo indietro è avvenuto solo dopo che le varie etichette discografiche, anche quelle che un tempo si erano espresse a favore del provvedimento, si resero conto che l’assenza dalla piattaforma si rifletteva negativamente sulla popolarità dei loro artisti.

Volete vedere che in un futuro non lontano accadrà lo stesso – non solo in Germania, ma in tutta Europa – con la nuova normativa Europa sugli aggregatori di notizie?


Fonte: WIRED.it