Il sogno del Friuli: diventare la Silicon Valley dell’Europa dell’est



Piazza Unità d’Italia, Trieste (Pixabay)

È la porta di ingresso della Mitteleuropa, ma fa fatica a scrollarsi di dosso l’etichetta di provinciale. Il Friuli Venezia Giulia è una delle cinque regioni italiane a statuto speciale e guarda al resto del Paese con un certo distacco. Per decenni è stato un dominio austro-ungarico e culturalmente continua a essere il più nordico tra i territori nazionali. Un luogo di confine che ha subìto gran parte della storia novecentesca. La simbolica città di Trieste fino al 1954 è stata divisa in due: da una parte gli italiani, dall’altra gli jugoslavi.

Le difficoltà passate hanno forgiato i friulani che negli anni hanno saputo condizionare i processi economici, puntando forte sulla scienza. L’industria chimica ha una sua antica tradizione in regione, ma oggi è la metalmeccanica a sfruttare alla grande le nuove tecnologie per esportare il made in Friuli. “Per cocciutaggine non ce ne siamo mai andati. Essere ai confini dell’impero ci ha costretto a guardare al di là delle dinamiche nazionali”, racconta a Wired Roberto Siagri, uno dei testardi imprenditori friulani campioni dell’high-tech.

Da Amaro, 830 abitanti in provincia di Udine, Siagri ha trasformato un gap geografico in una virtù gestionale. È amministratore delegato di Eurotech, gruppo da 60 milioni di fatturato (dicembre 2017) che macina vendite dagli Stati Uniti d’America al Giappone. “Il 90% dei ricavi lo generiamo all’estero. L’Italia pesa poco, il Friuli ancora meno”, dice.

La società progetta e sviluppa soluzioni per l’internet of things ed è una vera “multinazionale tascabile”. Il gruppo è quotato a Milano dal 2005 e l’essere sul mercato telematico di Borsa italiana ha permesso alla società di “accelerare il processo di internazionalizzazione”, sottolinea Siagri. I progetti degli ingegneri del Friuli offrono soluzioni altamente innovative ad altre imprese. Dalla sanità connessa ai sistemi di trasporto pubblico locale smart. Siagri riconosce che “il digitale ha rivoluzionato il concetto di chilometro-zero”, accorciando così tanto le distanze da rendere anche la Carnia, a suo modo, centro del mondo.

E il territorio se ne è reso conto, più di quanto sia successo in altre zone d’Italia. Oggi il Friuli Venezia Giulia può mostrare con orgoglio alcune medagliette emblematiche. Nella regione, scrive Banca d’Italia, la quota di addetti alla ricerca in rapporto al totale degli occupati è del 2%, dato superiore alla media italiana dell’1,7%. Anche il rapporto tra spesa in ricerca e sviluppo e prodotto interno lordo è più simile alle medie europee che a quelle italiane. In Friuli Venezia Giulia nel 2015, ultimo dato disponibile, si era allo 0,29%, in Italia allo 0,18%. Ogni mille euro di ricchezza prodotta, per intenderci, gli imprenditori friulani ne reinvestono 29 in ricerca e sviluppo, per immaginare soluzioni più intelligenti e sostenibili. Anche questo ha contribuito a portare a fine 2017 il tasso di disoccupazione al 6,7% (contro l’11,3% nazionale). Addirittura meglio della media europea.

Il castello di Miramare, Trieste (Pixabay)

Tempi maturi per un passo avanti: “Diventare un polo aggregatore del digitale italiano. La rivoluzione industriale in corso ha cambiato tanti paradigmi – spiega Siagri – e le eccellenze possono fare rete, sfruttando potenzialità sinergiche inaspettate fino a poco tempo fa”. L’idea è riuscire ad attirare coraggiosi innovatori e invertire il trend dominante degli ultimi anni, quando “si è pensato a non far andare via i friulani, ma mai pensato a far arrivare innovatori da fuori. La globalizzazione digitale impone, di contro, “politiche attrattive” e il tessuto imprenditoriale del Friuli Venezia Giulia prova a organizzarsi autonomamente per superare mancanze strutturali.

Mariano Thiella è il vicepresidente del Gruppo Pa, altra multinazionale molto agile che si occupa di consulenza e progettazione nell’information technology. Uomini del gruppo lavorano negli Stati Uniti e tantissimo in Nord Africa, dove fanno “i pionieri” partendo dal Marocco. La testa è a Udine. “Una startup che sceglie di spostarsi qui da noi – spiega Thiella – può contare su un sistema imprenditoriale con alti livelli di efficienza e standard qualitativi invidiabili a livello mondiale”.

L’ecosistema, insomma, aiuta e a crescere sono anche le giovanissime imprese tech del posto. Inasset, finita a dicembre nel perimetro del Gruppo Pa, si occupa di telecomunicazioni, gestisce l’infrastruttura e protegge i dati dei clienti. “Il Friuli Venezia Giulia è la penultima regione italiana per penetrazione di internet, il che rende complicato l’evoluzione di un business“, sintetizza Michele Petrazzo, ad della società. E spiega: “Noi ci occupiamo invece di accelerare le comunicazioni e di ridurre enormemente lo spazio tra le persone nel mondo”. Superando montagne e anni di inefficienza del pubblico: “Stato e Regione – dice – non ci hanno molto aiutato; adesso noi offriamo servizi da 2018 ad un territorio che è rimasto nei primi anni Duemila”.

Il virus dell’innovazione non ha risparmiato attività industriali più classiche. Modulblok è un’impresa che realizza magazzini, producendoli su misura. Di fatto, crea scaffali e strutture di stoccaggio basandosi sulle necessità dei clienti. “Siamo ormai una società completamente paperless e l’informatizzazione è stata portata all’estremo”, spiega Sara Savio, manager della società di famiglia. Questo accelera i processi produttivi e azzera i tempi morti in caso di assegnazione di una gara d’appalto: “Un’offerta, appena accettata, diventa immediatamente operativa: dodici robot comunicano senza sosta con i server per raggiungere livelli sempre maggiori di efficienza”. L’operatività – “per ragioni logistiche” – è in gran parte legata all’Europa ma ci si espande volentieri, toccando senza troppi problemi le coste “di Singapore e Australia”.

Il canal grande, Trieste (Pixabay)

Quello che servirebbe, dice Savio, è un rapporto più stabile con le istituzioni: “Le imprese italiane veleggiano a vista, quando invece avrebbero bisogno di un orizzonte normativo più ampio”. Dai bonus per l’industria 4.0 alle norme sui contratti di lavoro, tutto cambia troppo in fretta. Impossibile programmare e fare progetti di lunga durata. Alla fine, come dice Marco Calzavara, ad dell’omonimo gruppo, “bisogna partire dal presupposto di non utilizzare per niente il sistema-paese”. Calzavara produce torri di trasmissione: pennoni superi-intelligenti in grado di comunicare con l’ambiente e fornire dati di ogni tipo. “Produciamo strutture tecnologiche e di design, vere torri multifunzionali che sanno leggere il territorio”. E ne sono state piazzate ovunque, anche travestite da palme e spedite in Kenya: “Se non esportassimo il 50% della nostra produzione saremmo già morti”.

Ad avvicinare le montagne al resto del mondo ci pensa il porto di Trieste, uno snodo fondamentale per le grandi navi cargo che solcano l’Adriatico: “Vanta il pescaggio naturale lungo banchina più profondo del Mediterraneo (ben 18 metri)”, scrive l’autorità portuale. Da luglio 2017 è l’unico porto franco internazionale d’Europa: “Vige l’esenzione dal pagamento del dazio, dell’Iva e delle misure di politica commerciale per le merci terze introdotte”. Duty-free. “Anche per questo – chiosa Siagri – il Friuli Venezia Giulia può diventare il luogo giusto per chi vuole avere un posizionamento nella Mitteleuropa. Punto di partenza verso il resto del mondo”.


Fonte: WIRED.it