5G, ecco quanto le compagnie telefoniche vogliono pagare per le frequenze



5G

L’offerta più ricca arriva da Telecom. Per le frequenze 5G l’ex monopolista di Stato ha messo sul piatto 951,26 milioni di euro. Seconda classificata la debuttante Iliad, che ha inviato al ministero dello Sviluppo economico (Mise) proposte per complessivi 748 milioni di euro. La società francese, però, sconta il vantaggio del nuovo arrivato. Di diritto ha ottenuto una corsia preferenziale per aggiudicarsi, senza competizione, un lotto della frequenza più ambita, quella dei 700 Mhz. In compenso l’ha pagata il doppio dei concorrenti: 676,4 milioni contro i 338-345 milioni offerti da Vodafone e Telecom. Fastweb e Wind-Tre hanno giocato in modo prudente e scommesso solo sul blocco dei 26 gigahertz (Ghz), ciascuna con un’offerta da 32 milioni di euro. Nel complesso, lo Stato ci guadagna quanto preventivato: 2,481 miliardi di euro.

Il Mise ha pubblicato il resoconto delle proposte avanzate dalle compagnie telefoniche per aggiudicarsi all’asta le frequenze del 5G. Le reti mobili di quinta generazione sono il futuro delle comunicazioni e l’infrastruttura necessaria per sviluppare le città connesse, l’auto a guida autonoma, la medicina a distanza, l’industria 4.

0. L’Italia è uno dei paesi europei più avanti nella corsa al 5G. Oltre ai sette test in corso in altrettante città (Milano, Prato, L’Aquila, Bari, Matera, Torino e Roma), è giunta al primo round la gara per assegnare le frequenze su cui in futuro viaggerà il 5G.

Le offerte delle compagnie telefoniche per il 5G

Tutte le proposte
Telecom ha fatto quattro proposte.

Due riguardano il blocco più ghiotto, quello dei 700 Mhz, che però dovrà essere liberato entro il 30 giugno 2022 dagli attuali inquilini, le televisioni. L’azienda ha messo sul piatto due offerte da 340,1 milioni di euro per altrettanti lotti, su una base d’asta che partiva da 338 milioni. Per gli altri due disponibili concorre Vodafone, che ha giocato con un’offerta rialzata al minimo sindacale e una da 345 milioni.

Le frequenze nella banda 694-790 Mhz fanno gola perché sono quelle che consentono di sviluppare l’internet delle cose. Per le compagnie telefoniche, quindi, aggiudicarsele equivale ad assicurarsi un canale per poter in futuro vendere servizi collegati agli oggetti connessi, alle smart cities e ai sensori diffusi. Sono rimasti tuttavia senza corteggiatori i quattro lotti in Sdl.

Anche per il blocco 3.600-3.800 Mhz l’asta 5G non ha scaldato gli animi. Due le offerte: Telecom ha proposto di pagare 238 milioni un blocco da 80 Mhz, Iliad si è fatta avanti per uno da 20 Mhz con un assegno da 39,6 milioni. Queste frequenze, che hanno maggiore ampiezza di banda, sono adatte e usi critici come telemedicina e driverless car.

Cinque proposte, invece, sono arrivate per gli altrettanti lotti a disposizione nella fascia dei 26 Ghz. Quella che si presta per la banda ultralarga mobile, anche se in parte è occupata da frequenze riservate all’esercito. L’offerta più alta è di Telecom (33 milioni), seguita da Fastweb, che ha puntato tutte le sue fiches solo su questo lotto (32,6 milioni). Le tallonano Iliad, Wind-Tre e Vodafone, tutte a 32,586 milioni.

Giovedì si passa ai rilanci. Alle 11 al Mise le compagnie telefoniche potranno rialzare l’offerta per assicurarsi le frequenze desiderate. Salvo Iliad per il lotto dei 700 Mhz, già in suo possesso per effetto delle regole europee sulla concorrenza nei bandi pubblici.

Nessuna busta è arrivata dalle altre due aziende ammesse alla gara, Open Fiber e Linkem. Nel caso della prima, tuttavia, l’interesse alle frequenze può essere secondario, visto che il compito con la quale è stata fondata era colmare il divario digitale cablando l’Italia in fibra ottica. Se servissero, le frequenze potrebbero essere noleggiate. Sempre che nel 2020, quando è prevista l’accensione del 5G in Italia, Open Fiber esista ancora e non sia già stata assorbita dalla società della rete che Telecom dovrebbe scorporare per abbattere il debito.

Le strategie
L’ex monopolista di Stato ha scommesso la somma più alta sul 5G. Circa metà del totale. L’azienda è in una fase turbolenta e lo scontro ai vertici tra i due principali azionisti, la francese Vivendi e il fondo statunitense Elliott, che ha preso il timone, ha fatto perdere quota al titolo. Cassa depositi e prestiti, spedita dal precedente governo dentro Telecom, ha perso quasi 300 milioni in quattro mesi. Come ha calcolato Andrea Giuricin, docente dell’università Bicocca di Milano, il valore di quel 4,26% di azioni è passato da 765 milioni di euro l’11 aprile a 452 milioni il 4 settembre.

Anche Iliad ha giocato in attacco, presentando come Vodafone un’offerta per tutti i lotti, nel tentativo di assicurarsi di poter offrire in futuro un ampio ventaglio di servizi ai clienti. Fastweb e Wind-Tre, al contrario, hanno concentrato la potenza di fuoco sulla sola banda ultralarga mobile.

Il tavolo Tv 4.0
Nel frattempo, per conciliare il trasloco delle emittenti dai 700 Mhz, il Mise ha convocato intorno al tavolo Tv 4.0 i 22 portavoce dell’industria televisiva. Dai rappresentanti di Rai, Mediaset, Cairo e Sky alle aziende locali, dalle associazione dell’elettronica a quelle dei rivenditori. Le nomine sono in corso Davide Rossi rappresenterà l’Associazione italiana retailer elettrodomestici specializzati (Aires), di cui è direttore generale. “Questo tavolo è l’evoluzione del gruppo di lavoro istituito dall’Autorità garante per le telecomunicazioni per evidenziare le difficoltà di un cambiamento tecnologico non banale“, spiega a Wired. Perché il trasloco dai 700 Mhz dipende anche dalla tecnologia  a bordo dei televisori.

Il primo standard di compressione video immaginato, Hevc, avrebbe richiesto 11-12 anni per sostituire il parco di 55 milioni di televisori in Italia“, spiega Rossi, considerando “un turnover annuo di 4-4,5 milioni di apparecchi all’anno“. Tempi troppo lunghi, visto che entro il 2022 le emittenti devono fare le valigie. Così ad agosto si è raggiunto il compromesso. Il nuovo standard sarà Mpeg4, che sostituirà dal 2020 l’attuale Mpeg2. Con conseguenze più contenute sui televisori che rimarranno esclusi dalle trasmissioni. Rossi calcola che “saranno circa 10 milioni“.


Fonte: WIRED.it