Altro che 5G: care compagnie telefoniche, chi si fida più di voi?

Altro che 5G: care compagnie telefoniche, chi si fida più di voi?



Con l’arrivo del 5G, la prossima generazione di telefonia mobile, le compagnie telefoniche dovranno fare (stanno già facendo) forti investimenti. E per rientrare dovrebbero contare su un pubblico felice di sottoscrivere nuovi contratti per utilizzare i nuovi servizi. Ma le cose non stanno andando esattamente così, almeno per ora. In Italia c’è un problema forte di fiducia, di fuga degli utenti, che l‘arrivo di Iliad (l’operatore low cost francese che ha abbassato drasticamente il prezzo di una ricaricabile telefonica) ha solo fatto venire a galla, ma che viene da lontano. Cosa sta succedendo?

Arriva il 5G e per le compagnie telefoniche ci sono sostanzialmente due spese da sostenere: l’asta per l’assegnazione delle frequenze e la nuova infrastruttura. Sono sette le aziende ammesse a partecipare all’asta: Tim, Vodafone, Wind-3, Fastweb, Linkem, Iliad e Open Fiber (che non è una compagnia telefonica ma un gestore di infrastruttura). Lo “straniero” Iliad avrà una corsia preferenziale perché, come osserva Il Sole 24 Ore, la normativa europea sulla concorrenza tutela l’outsider e garantisce un lotto riservato contro lo strapotere degli incumbent.

Fatta l’asta  del 5G e assegnate le frequenze (si parla di un valore di 4 miliardi di euro), gli operatori intensificheranno i piani industriali di realizzazione e messa in opera della rete, aiutati quando più quando meno da sovvenzioni e progetti pubblici, dato che le reti 5G sono considerate un fattore di innovazione sociale ed economica.

Buona parte della spesa per l’innovazione comunque è stata già sostenuta dai creatori della tecnologia, o da aziende straniere che intendono partecipare alla realizzazione della rete.

Le aziende nostrane di telecomunicazioni, diciamolo molto in sintesi, devono montare una infrastruttura preconfezionata con l’aiuto dei partner tecnologici, attivare i software che legano i servizi alle tariffe e a i sistemi di pagamento, e fare tanto marketing (la cosa che fanno di più).

C’è però un problema. Perché gli operatori di telefonia mobile, che in questi mesi hanno dovuto subire l’impatto di un nuovo soggetto low cost come Iliad, che sta avendo un impatto micidiale sui conti economici e sul numero degli abbonati, vogliono fare cassa. Da una situazione di sostanziale equilibrio tra i grandi, (Tim, Vodafone e Wind-3 avevano, prima di Iliad, ciascuna circa il 30% della clientela mobile), siamo in una fase di rapido sbilanciamento. A cui gli operatori rispondono sostanzialmente con due mezzi: nuove tariffe, le più aggressive delle quali sono riservate soprattutto agli ex clienti o ai clienti da rubare alla concorrenza. E le rimodulazioni.

Cominciamo dalle prime. Dopo anni in cui un utente ha pagato venti, trenta euro al mese per avere relativamente pochi minuti e pochi gigabyte (e per modificare questa situazione doveva pagare l’operatore per cambiare tariffa), se decide di cambiare, la compagnia, pur di non perderlo, gli offre condizioni migliori. Ancora meglio di quanto riservato ai nuovi clienti. Il messaggio è chiaro: la fedeltà non premia. Ma, come si dice, “è il mercato, bellezza“.

Secondo, le rimodulazioni. Per anni c’è stato un problema di bugie. Se paragoniamo il rapporto con il proprio operatore a quello di coppia, scoprire spese nascoste, servizi secondari a pagamento e attivazione dei servizi premium di default, è come scoprire che il proprio partner non dice tutta la verità e fa la cresta sulle spese. La fiducia non aumenta: cala.

Alcuni anni fa poi c’è stata una levata di scudi per la tariffazione “mensile” di quattro settimane, cioè ogni 28 giorni, con il paradosso di avere un anno di tredici mesi. Un paradosso che ha portato alla richiesta di cambiare il meccanismo di tariffazione. Il risultato è stata una rimodulazione con un aumento del periodo ma anche dei costi: si continua a pagare quello che si sarebbe pagato per un mese da 28 giorni, più si aggiungono servizi e prezzi per 2-3 giorni di extra. Ma sopratuttto c’è stato un crescendo di rimodulazione delle tariffe esistenti: “per sempre” e “prezzo bloccato” sono diventati concetti aleatori. La normativa prevede in sostanza che le compagnie telefoniche possano rimodulare le tariffe offrendo sempre la possibilità agli utenti di cambiare il contratto o rescinderlo. Il problema non è di norme, però. È di fiducia.

Vi fidereste di un partner che fa la cresta sulla spesa, che lascia la porta di casa aperta per far entrare venditori di pubblicità e di altri servizi senza dirvelo, che cambia la vostra quota di spese in comune dopo aver promesso che era una ripartizione super-equa e che non sarebbe cambiata mai? E vi fidereste di un partner che piange sempre miseria, con il quale è difficilissimo parlare perché è sempre impegnato, che però vi dice di essere un cuoco innovativo (anche se prende quasi sempre tutto già cotto dalla rosticceria sotto casa), e che appena può parla male di tutti gli altri? Senza contare che vi chiede di essere monogami ma pratica il poliamore, e ai nuovi partner offre molto di più e molto meglio di quel che offre a voi, che gli siete fedeli magari da anni.

Restereste con un partner così o cerchereste qualcosa di diverso? Non è tanto il caso di fare nomi (tipo Iliad, ma anche CoopVoce, PosteMobile e Fastweb) perché il problema non è di questo o quell’operatore, ma più generale. A mio parere, quindi, il problema è che le compagnie telefoniche, con alcune lodevoli (e interessate) eccezioni, devono riconquistare la fiducia dei propri partner, che chiamano “utenti” e non stanno trattando bene. Altro che marketing sul 5G.


Fonte: WIRED.it