Ride, l’inesistente confine tra cinema e videogioco

Ride, l’inesistente confine tra cinema e videogioco



Live cam da sopra un grattacielo, selfie estremi, sorrisi in streaming durante un’acrobazia a 100 chilometri orari in bicicletta; vita, morte e miracoli ai tempi dell’always online. Inizia così, affastellando punti di vista come l’occhio di un insetto, Ride, il film di Jacopo Rondinelli dal 6 settembre nelle sale. E i suoi primi minuti, come capita quando il cinema è buono, suggeriscono subito il proprio senso: quel perenne esporsi allo sguardo di una massa indistinta è il codice di uno spettacolo della decadenza vissuto sempre in tempo reale. E da protagonisti, come se si fosse in un videogioco.

Lorenzo Richelmy e Ludovich Hughes, i due protagonisti di “Ride”

Ride racconta di Kyle (Ludovich Hughes) e Max (il Lorenzo Richelmy della serie tv Marco Polo), due personaggi al limite delle proprie vite. Sono loro, perennemente inquadrati da qualcosa, che all’inizio del film gigioneggiano sui cornicioni a favor di follower. Sono loro che mercanteggiano l’esistenza con le visualizzazioni online delle proprie avventure estreme.

Per comune miseria, uno messo alle strette dalla famiglia l’altro dai debiti, si ritrovano rider, corridori in una competizione segreta di downhill che mette in palio 250mila dollari. Ci mettono poco a scoprire di essere capitati in un massacro trasmesso in diretta, una gara in cui il vero scopo è arrivare vivi al traguardo sotto gli occhi onniscienti della Black Babylon, organizzazione di non si sa bene chi.

Richelmy e Hughes in una scena del film

Sceneggiato da Fabio Guaglione e Marco Sani, prodotto e supervisionato da Fabio & Fabio (il duo artistico che a Guaglione affianca Resinaro, già autori del piccolo grande caso Mine nel 2016), Ride è la cosa più simile a un videogame che si sia mai vista al cinema e anche per questo lo racconteremo al Wired Next Fest di Firenze, il 29 e 30 settembre insieme al regista Rondinelli e lo sceneggiatore Guaglione.

Paragonare Ride a un videogioco è ovviamente un complimento. E non solo perché il film ricalca certi canoni della retorica videoludica – la soggettiva à la Doom, lo sguardo dei droni come in un god game, i check e i save point, il punteggio, addirittura i boss di fine livello; dei videogiochi Ride rappresenta l’essenza più profonda, quella che illude il giocatore di essere spettatore, interprete e insieme regista di quel che vive. Salvo fargli dimenticare un dettaglio: non esiste ambiente digitale, nemmeno il più aperto, che lasci liberi davvero. Ogni parvenza di autonomia si infrange contro il programma che del gioco è il giudice unico e supremo. Niente, in un videogame, è possibile senza che le sue regole e i suoi autori – loro – lo prevedano.

Ride lo sa alla perfezione. E non fa che ripeterlo da quei primi, iniziali frammenti. Per questo il lungometraggio d’esordio di Rondinelli – già apprezzato videomaker di clip e documentari – non solo somiglia, è la rappresentazione cinematografica di un videogioco. E insieme, come potevano esserlo i Metal Gear Solid di Hideo Kojima o quel capolavoro di Inside, forse il computer game più intelligente dell’ultimo lustro, è anche una riflessione spietata come un’autopsia sulla presunta condizione di artefici del nostro destino. “Non sono nessuno. Appartengo a loro”, si sente ripetere nel film.

Un’immagine da “Inside”, videogame di Playdead del 2016

Su un soggetto più o meno tipico (in fondo, dai tempi di True Love, nel 2012, il nucleo narrativo di ogni produzione dei Fabio gira intorno alla “differenza tra il voler sopravvivere e il voler vivere” dice Guaglione), il cinema di Ride monta con un’irruenza e una sfacciataggine punk. Parla, anzi, urla la lingua della soggettiva ubiqua e invasiva, delle telecamere (più di venti) attaccate al corpo degli attori e montate sui tanti droni anche in campo.

L’uso serrato di soggettive è stato deciso in partenza dai Fabio“, commenta Rondinelli: “la sfida era fare in modo che la narrazione venisse esaltata da questo approccio estetico, senza che l’escamotage cannibalizzasse la storia. L’abbiamo affrontata giocando sul ritmo interno delle scene, alternando momenti di estrema concitazione ad altri, come quando riprendiamo direttamente dal casco dei protagonisti, che abbiamo reso intimi, quasi dei punti di vista emotivi dei rider. Così facendo, le inquadrature strettissime sono diventate pennelli di una tavolozza espressiva ben più ampia di quanto ci aspettassimo. Fra noi, ridendo, ci diciamo che quando il rischio era di farla fuori dal vasoallargavamo il vaso“.

Conta allora poco che, anche per questioni di marketing, Ride venga venduto come “il primo film interamente girato in multicam GoPro”. Anzitutto non è vero, se non altro perché anche dimenticando i tanti documentari sugli sport estremi, il film nasconde furbescamente diverse panoramiche tradizionali. Poi perché, di quell’ossessione da vita in diretta, Rondinelli fa il suo canone espressivo e la sua vera forza: nella soggettiva onnipresente di Ride, forma e sostanza coincidono. Il loro sovrapporsi da una parte mette in discussione il concetto stesso di regia – è possibile parlarne in un film che è, come mai prima d’ora, costruito tutto in sala montaggio? Dall’altra veicola la riflessione più potente dell’opera: se gli è possibile osservare ogni secondo di una messinscena organizzata dalla Black Babylon, lo spettatore non è parte di quella cerchia di sadici che pagano per lo spettacolo? E se a loro volta i protagonisti sono complici dello show, tanto da distinguere a fatica cosa sia vero e cosa no, non si è tutti, dentro e fuori lo schermo, sulla stessa barca?

Ride è un carrozzone hyper pop impazzito“, dice Guaglione,ma rappresenta un’allegoria di come la tecnologia ci abbia costretto a vivere. Ogni elemento del film è stato pensato non solo come fattore estetizzante, ma anche come il frammento di un puzzle narrativo e ideologico. I rider, la Black Babylon, i monoliti, i livelli, le penalità, tutto fa parte di una sinfonia oscura, di un’architettura che, seppur composta da parti diverse, dovrebbe risultare organica”.

Richelmy e Simone Labarga in una scena del film

Sorge il dubbio su chi guidi davvero il racconto furioso di Ride? Con buona pace dei suoi autori – ma lo sanno, l’hanno fatto apposta -, è lo spettatore, obbligato in quel continuo bombardamento alla sua attenzione a scegliere gli elementi su cui concentrarsi. E, facendo questo, a diventare parte attiva della messinscena. È lo spettatore a dover decidere cosa e dove guardare. Ma, ovvio, la sua è una libertà illusoria. Proprio come quando gioca a Grand Theft Auto o Call of Duty. “Non credo sia più possibile“, conferma Rondinelli, “ritenere separati il linguaggio videoludico e quello cinematografico. I confini sono saltati da tempo. Una cosa, dal mio punto di vista, molto stimolante“.

Attenzione a fraintendere, però: se per le sue tematiche Ride ricorda Black Mirror, è per la messinscena che il film di Rondinelli si allontana dalla serie di Charlie Brooker. Laddove Black Mirror gioca sempre, dal punto di vista concettuale, sul “what if”, sull’ipotesi di uno stravolgimento del reale basato su un piccolo dettaglio diverso dalla contemporaneità – che cosa succederebbe se gli altri potessero guardare i nostri ricordi, o se un personaggio virtuale vincesse le elezioni? – Ride non deforma alcunché. Tutt’al più amplifica, esaspera, fino a esplodere in una psichedelia che nell’epilogo sembra uscita dalla cinepresa di Rob Zombie – altro aspetto, questo crescendo progressivo, che lo avvicina alla curva di apprendimento tipica dei videogiochi. Il racconto di Ride non è un what if, non ha niente di distopico; Ride descrive questo momento storico e lo fa usando la sua stessa lingua. Per questo fa ancora più male: è una bastonata via l’altra, punto.

Una delle sei copertine del fumetto di “Ride”, scritto da Adriano Barone con Fabio Guaglione e disegnato da Andrea Broccardo

Non è un caso che l’opera viva anche sotto forma di romanzo (lo “stephen-kingiano” Il gioco del custode, firmato da Adriano Barone per Mondadori) e di fumetto (scritto da Barone con Guaglione e disegnato da Andrea Broccardo): un’abile strategia di marketing di cui JJ Abrams andrebbe fiero? Ni. Per una volta è quella corrispondenza fra forma e sostanza portata anche lontano dalle sale. Essendo il nostro, il mondo di Ride non può che proliferare nella convergenza dei mezzi espressivi. Ride non è solo film; non è solo romanzo; non è solo graphic novel. E soprattutto nessuna delle tre declinazioni è desunta dalle altre: l’universo di Ride è la somma delle sue versioni. È qualcosa che subdolamente si espande intorno a noi e ci inghiotte.

Perché siamo noi quelli raccontati da Ride. È la nostra illusione di esprimerci liberi attraverso piattaforme che intanto ci ingabbiano a essere portata in superficie e fatta in mille pezzi dal film. È la speranza di sembrare veri condividendo in diretta ogni secondo delle nostre vite – e quindi rendendoci vittime della nostra stessa spettacolarizzazione – a essere il presupposto su cui Ride semina le sue trappole. Che poi, come succede ne Il cerchio di Dave Eggers, la Black Babylon evochi Amazon, Apple, Youtube, Twitch o Facebook, è solo un altro alibi che usiamo per sorridere in live cam da un grattacielo, per correre felici sulla nostra ruota da criceti.

Altro che Kyle e Max, i protagonisti di Ride li vediamo guardandoci allo specchio. E per quanto energetici siano i nostri power up, non siamo nessuno. Apparteniamo a loro.

Enjoy the Ride!

 


Fonte: WIRED.it