Perché banche e multinazionali stanno abbandonando la Catalogna



La Sagrada Familia a Barcellona in una foto di qualche anno fa

Oggi, alle 18, il presidente della Generalitat de Catalunya, Carles Puigdemont, riferirà nel parlamentino locale come intende procedere dopo il referendum sull’indipendenza della regione spagnola. Il numero uno del governo di Barcellona è intenzionato a tirare dritto verso la completa autonomia da Madrid, tuttavia, rispetto ai giorni prima del voto popolare, sente mancare il terreno sotto i piedi. Rispetto all’ostinazione della scorsa settimana, Puigdemont sembra preda di una serie di dubbi ed esitazioni. Più che la prova di forza di Madrid, pronta a reagire a una spaccatura definitiva, il governatore della Generalitat è oscurato dalla fuga delle aziende. Se proclami l’indipendenza sulla scorta del fatto che sei la regione più ricca del Paese e poi resti senza la materia prima, ossia le imprese che fatturano quella ricchezza, il problema è anche più complesso delle minacce di schierare l’esercito.

A differenza della Brexit, che finora ha stimolato tattiche aperture di uffici sul continente, il referendum della Catalogna ha provocato un fuggi fuggi generale. Il banco Sabadell è stato il primo gruppo del credito a dire addio a Barcellona. Giovedì scorso ha trasferito la sede legale ad Alicante. Caixabank l’ha seguito a ruota. La banca, capitalizzazione 30 miliardi di euro, è la terza per grandezza in Spagna, dietro Santander e Bbva. Ora gli uffici fanno capo alla sede di Valencia. La Fondazione bancaria, invece, si sposta a Maiorca. A Madrid sono già arrivate due multinazionali dei servizi: Gas Natural Fenosa e Sociedad general de aguas de Barcelona, controllata dalla francese Gas de France Suez.

Anche Seat è in procinto di lasciare la Catalogna. La questione non è se lo farà, ma dove trasferirà la sede legale.

Hanno traslocato sede legale anche la controllata spagnola dell’italiana Banca Mediolanum, la compagnia di telecomunicazioni Eurona Wireless Telecom, l’azienda tessile Dogi International Fabrics, Oryzon Genomics (attiva nel settore delle biotecnologie), gli spumanti di Cavas Freixenet. Anche il colosso delle autostrade Abertis, finito nel mirino dell’italiana Atlantia, che ha lanciato un’offerta pubblica di acquisto, ha deciso ieri in serata per l’addio alla Catalogna. “Insicurezza giuridica“, la motivazione con cui il consiglio d’amministrazione ha giustificato la mossa. Tutti temono che l’indipendenza li spinga fuori dal mercato europeo. Le banche, in particolare, non vogliono uscire dalla rete di controlli della Bce né rischiare di perdere il materasso del fondo di salvataggio.

Dal canto suo Madrid sta agevolando la fuga. Il 6 ottobre il governo di Mariano Rajoy ha promulgato un decreto che semplifica la procedura di trasferimento della sede legale. Basta il via libera del consiglio d’amministrazione. Di fronte all’incertezza dello scenario, molte aziende si stanno cautelando. Si spoglia così della sua ricchezza la Catalogna, che l’anno scorso ha contribuito per il 19% al prodotto interno spagnolo. La regione nel 2016 ha generato 65,1 miliardi di euro di esportazioni su 254,5 miliardi totali del Paese e fino a qualche giorno fa accoglieva settemila multinazionali.

Se Puigdemont proseguirà sulla separazione radicale, la Catalogna si troverà all’improvviso fuori dalla comunità internazionale. Non sarà più membro dell’Unione europea, che tra l’altro ha ripudiato le spinte indipendentiste di Barcellona. Non potrà usare l’euro come moneta. Non sarà contemplata nei trattati internazionali del commercio e del libero scambio. In queste condizioni la ricca economia catalana, tale da guadagnare alla regione un posto tra i cosiddetti quattro motori d’Europa, rischia di rinsecchire in poco tempo.

Dopo l’esodo delle aziende, la Generalitat si troverebbe a gestire una crisi occupazionale. Inoltre l’instabilità politica avrà conseguenze sull’accoglienza turistica, che vale miliardi di euro nelle casse delle piccole imprese catalane. Ristoranti, bar, negozi, botteghe, alberghi, residence e stabilimenti balneari vivono dei 17 milioni di turisti che l’anno scorso hanno visitato la regione. Tuttavia, lo scenario di occupazione militare, come quello che Madrid agita, è tutt’altro che di ispirazione per chi debba prenotare oggi le vacanze a Barcellona e dintorni.

Puigdemont dovrà calibrare bene le sue parole. Anche perché gli analisti sono poco generosi. Per quanto Moody’s ritenga che la Catalogna resterà parte del regno spagnolo, l’agenzia di rating assegnerebbe alla regione una valutazione Caa1,scarsa qualità e rischio alto”, mentre Madrid resterebbe un buon investimento. Standard & Poors al momento non è intervenuto sui rating delle banche spagnole, a sua volta ritenendo che vincerà il fronte dell’unità. Tuttavia, avvertono gli analisti, una crisi a lungo termine inciderebbe anche sul rating della Spagna.


Fonte: WIRED.it