Petrolio e gas, come funzionano le concessioni in Italia. E chi ci guadagna



Piattaforma offshore dell’Eni nell’Adriatico a Ravenna per l’estrazione di idrocarburi (foto Eni)

Autostrade, dighe, telecomunicazioni, acque minerali, impianti energetici, pozzi per estrarre petrolio e gas naturale. Il governo Conte ha deciso di mettere sotto osservazione tutte le concessioni pubbliche in Italia. Dopo il crollo del viadotto Morandi a Genova, che ha provocato la morte di 43 persone, l’esecutivo ha prima annunciato la revoca del contratto con il titolare della tratta, Autostrade per l’Italia, poi un controllo su tutte le società che gestiscono autostrade, infine la revisione dell’intero comparto concessioni pubbliche. A partire da quelle più sensibili indicate dal sottosegretario alla presidenza del consiglio, Giancarlo Giorgetti: frequenze tv, telefonia, acque minerali e idrocarburi.

Solo questi ultimi sono una mole ponderosa. Tra impianti di terra e piattaforme in mare, le concessioni per l’estrazione di petrolio e gas naturale attualmente riconosciute dal ministero dello Sviluppo economico (Mise) ammontano a 182. I dati sono dell’ufficio nazionale minerario per gli idrocarburi e le georisorse (Unmig) dello stesso Mise.

A questi vanno aggiunte le 14 concessioni che la Regione Sicilia è autorizzata a rilasciare in autonomi per impianti sul suolo dell’isola (i dati però sono fermi a tre anni fa). Altri 81 sono i permessi di ricerca, che consentono alle compagnie di gas e petrolio di esplorare il sottosuolo nazionale alla ricerca di giacimenti. Poi si contano 15 concessioni per stoccare il gas e 47 titoli per il geotermico (a cui aggiungere 39 richieste).

A conti fatti, 378 contratti da spulciare, tra documenti scaduti e altri in proroga decennale. E altri ancora parcheggiati perché le società sono fallite, come la Compagnia generale idrocarburi, o sono state liquidate, come la Geogas.

Le società da convocare sono una quarantina circa. Ci sono le multinazionali dell’oil&gas, come Eni, Shell, Total, colossi dell’energia come Edison, e specialisti meno noti al grande pubblico, come Aleanna, Apennine o Petroceltic. Fino alla società che gestisce le terme di Salsomaggiore e di Tabiano, ex spa pubblica tra Comune, provincia di Parma e Regione Emilia Romagna oggi in vendita, con in mano due concessioni perpetue per l’estrazione di gas. La prima dura dal 1897, la seconda dal 1893.

Come funzionano le concessioni
Più complessa è la situazione dei contratti. Le concessioni sugli idrocarburi, per i tempi di autorizzazione, ricerca, costruzione dell’impianto, attivazione e chiusura dei pozzi, sono per natura fondate sulle proroghe. In fondo all’articolo Wired ha riunito le concessioni in una sequenza cronologica (considerando solo quelle ancora valide o terminate ma in fase di rinnovo).

Molti permessi, già ampiamente scaduti, continuano a essere validi in attesa che il Mise dia l’assenso alle richieste di rinnovo dell’aziende dell’oil&gas. Lo consente un decreto legge varato dal governo Monti, il 179/2012, che in automatico dà via libera agli impianti ancora produttivi con concessioni concluse a proseguire a pompare gas o greggio finché l’iter burocratico non andrà in porto. L’Eni, per esempio, ha tre pozzi da cui estrarre ancora risorse a Serra Pizzuta, in provincia di Matera (campo avviato nel 1976), anche se la concessione è scaduta nel 2001.

Nel complesso le concessioni di petrolio e gas sono assegnate con contratti da 30-40 anni e rinnovate a botte di 5-10 anni. Alcune, però, raggiungono record di longevità. Il giacimento Barigazzo, nel modenese, è stato assegnato con regio decreto alla Società idroelettrica alto modenese lo stesso anno in cui Giovanni Agnelli ha presentato la Topolino: 1936. Altri giacimenti nel frattempo si sono esauriti ma le compagnie mantengono i permessi per valutare se ci sono altre risorse da estrarre o l’area può essere valorizzata in modo diverso. Il Sant’Andrea, tra Veneto e Friuli, è a secco dal 2015 ma le tre concessionarie (Edison, Canoel e Petrorep) hanno “in corso studi specifici”.

Gli incassi
Secondo il programma nazionale di riforma 2017, allegato al documento di economia e finanza del governo Gentiloni, nel 2015 in Italia “erano attive 220 concessioni per l’estrazione e lo stoccaggio” di idrocarburi. Hanno resto allo Stato 275 milioni di euro. Circa 230 milioni valgono quelle in scadenza tra l’anno scorso e il 2020: 130. Al momento, però, tutte rinnovate in automatico o già accompagnate da preventiva richiesta di proroga. E come per le autostrade, piani finanziari e condizioni economiche sono sotto chiave.

Chi detiene i diritti di estrarre gas e petrolio?
Il maggior numero di concessioni è in mano all’Eni, che nella sola Basilicata estrae 80mila barili al giorno. Il cane a sei zampe compare in 96 contratti (in autonomia o in collaborazione con altre aziende) e in 22 permessi di ricerca. Altri 12 concessioni ha Eni Mediterranea, la controllata che opera in Sicilia, poiché la regione gestisce in autonomia gli idrocarburi. Nel secondo trimestre dell’anno Eni ha aumentato del 5,2% la propria produzione di oil&gas. L’utile netto tra aprile e giugno è stato di 1,25 miliardi di euro.

Dietro c’è Edison E&P (esplorazione e produzione), divisione del gruppo energetico che fa capo alla francese Électicité de France (Edf). Come riferiscono i sindacati, l’asset, tuttavia, sarebbe al centro di un piano di dismissione per focalizzare le attività italiane sulle rinnovabili. Terza Gas plus italiana (Gpi), controllata dalla Gas Plus che ha comprato nel 2004 dall’Eni uno storico operatore del settore. Azionisti di maggioranza sono Us Fin e Findim, la holding lussemburghese della famiglia Fossati, ex proprietaria della Star. Alle concessioni di Gpi si sommano quelle di Società padana energia, controllata dalla stessa Gas plus.

In Italia operano anche la romena Petrorep, la giapponese Mitsui, le inglesi Apennine, Rockhopper, Ascent, Northen Petroleum e Petroceltic, e le statunitensi Aleanna (sede in Delaware), Panther Eureka, Global Med. Il colosso Royal Dutch Shell ha permessi intestati sia a Shell Italia, sia alla controllata Bg Gas. Infine, è australiana la Po Valley Energy, battezzata così proprio perché concentrata sulla ricerca di idrocarburi in Nord Italia, che si muove per mezzo di due filiali: Po Valley Operations e Northsun Italia.


Fonte: WIRED.it