Basta, non chiedeteci più sms dopo le tragedie



(Foto: Getty Images)

Il titolo è ovviamente una provocazione. Ma neanche troppo. L’inchiesta di oggi di Repubblica che racconta le lungaggini degli oltre 34 milioni di euro raccolti con i messaggini nei neanche due mesi seguenti al sisma di Amatrice del 24 agosto 2016 – due anni oggi, ancora tutto fermo – dimostra una sola cosa: chi gestirà quei fondi di beneficenza, donati dalle persone sull’onda dell’emergenza e dell’emotività, oltre che della giusta solidarietà, non merita la nostra fiducia. C’è poco da aggiungere.

I soldi, come urlava l’anno scorso il sindaco-scarpone di Amatrice, Sergio Pirozzi, non sono affatto spariti. Quella era campagna elettorale per le regionali del Lazio, nient’altro. Sono, al contrario, nella disponibilità del Commissario straordinario alla ricostruzione (al momento Paola De Micheli, ma presto cambierà). Il punto è che il loro utilizzo sconta una serie di problematiche che, per l’appunto, danno un’idea molto diversa delle destinazioni e dei tempi almeno per come la maggior parte dei donatori deve aver pensato in quei tristi giorni.

Su tutte, una ragione che ha prodotto i ritardi: considerati i comuni di Amatrice, Accumoli, Arquata e Pescara del Tronto già coperti da altre donazioni, i fondi raccolti nella prima fase, 15 milioni, sono stati spostati in gran parte sulle Marche, una regione molto danneggiata. In definitiva, le donazioni raccolte via telefonino sono state spalmate su tre sismi: quello del 24 agosto, quello del 30 ottobre e quello del 18 gennaio 2017, l’intero sciame che ha coinvolto il Centro Italia.

Legittimo o meno che fosse.

Il secondo elemento parla da solo. Con la prima tranche da 30 milioni di euro sono stati finanziati 17 progetti fra Lazio, Umbria, Marche e Abruzzo racconta Benedetta Perilli. In gran parte scuole antisismiche: ebbene, solo una è stata ultimata, quella a Pieve Torina, in provincia di Macerata (250mila euro, in parte anticipati dal comune). Tutti gli altri sono ancora in fase di progettazione e appena due in quella esecutiva, la più prossima al bando di gara e all’effettivo saldo seguente al rendiconto dei lavori gestito dagli uffici speciali per la ricostruzione e le regioni.

Come se non bastasse, non mancano un paio di comuni esterni al cratere – Collevecchio e Corropoli – che hanno beneficiato di quei fondi per scopi tutto sommato discutibili: il recupero di una grotta sudatoria e l’adeguamento sismico di una badia del 1100 che ospita una scuola paritaria (2 milioni e 850mila euro). Senza contare, come denuncia il sindaco di Sant’Angelo in Pontano, il tira e molla tutto politico sulla selezione e la distribuzione dei fondi, con l’inserimento o l’eliminazione dei comuni nel bacino sms in base a veti e controveti dei primi cittadini (alcuni dei quali per assurdo, come accaduto a Montegallo, si sono ritrovati dei progetti finanziati nel proprio comune senza saperne nulla).

In definitiva la più grande raccolta fondi di questo genere realizzata dalla Protezione civile dal 2004 a oggi – il precedente record fu proprio quell’anno per lo tsunami nell’Oceano Indiano che provocò centinaia di migliaia di morti – è al momento, un mezzo fallimento. Una volta tanto e fortunatamente non perché i fondi siano spariti, ma perché il loro utilizzo è stato in parte spostato dalle ragioni della raccolta, bloccato dal labirinto burocratico e ogni tanto finito su progetti e località almeno ufficialmente estranee al sisma.

I soldi continueremo a donarli, per occasioni drammatiche come quelle e molte altre, ma certo è sempre più complicato biasimare chi si rifiuta. Rifugiandosi in un cinismo e in uno sconforto sempre più difficili da smentire e smontare.


Fonte: WIRED.it