Caro Salvini, leva obbligatoria? No, #primalascuola



Reintegrare il servizio di leva militare. Ogni tanto spunta questa proposta. Un ritorno al passato, nemmeno troppo lontano: dopo 144 anni, l’obbligatorietà è diventata inattiva solo nel 2005 con l’entrata in vigore della legge Martino.
L’ultimo a lanciare l’idea è il Ministro del Lavoro Matteo Salvini, raccogliendo, come prevedibile, pareri opposti ma per lo più negativi, ad esempio dal Ministro della Difesa Trenta: “È un’idea romantica […] i nostri militari sono e debbono essere professionisti e su questo aspetto è d’accordo anche Salvini”.

Secondo il Ministro Salvini, che ha ha trattato l’argomento dal palco di Lesina (Foggia), il 12 agosto, la leva avrebbe il valore di migliorare i ragazzi: “almeno imparano un po’ di educazione che mamma e papà non sono in grado di insegnare”. Su Twitter, invece ha scritto: “reintrodurre il servizio militare e civile per ricordare ai nostri ragazzi che, oltre ai diritti, esistono anche i doveri. Siete d’accordo?”. Ora, l’argomento è serio e andrebbe trattato  considerando un esercito per quello che, in teoria, ambisce a essere, un’istituzione a difesa del Paese ma soprattutto della pace; un contesto dalla funzione educativa, per certi versi, analogo a quello scolastico.

Mario Rigoni Stern, soldato nella seconda guerra mondiale, arruolatosi volontario negli Alpini, combattente su vari fronti tra cui quello russo e prigioniero per due anni dei tedeschi in quanto si rifiutò di aderire alla Repubblica sociale di Mussolini, è stato uno dei nostri grandi narratori.

Uno dei pochi a saper raccontare la guerra senza retoriche, in romanzi come Il sergente sulla neve. Morto nel 2006, aveva fatto in tempo a dire la sua sulla leva obbligatoria sulla cui abolizione era scettico: “Un esercito di volontari può essere un pericolo per la democrazia”, intendendo con quella militare, un’esperienza di trasmissione di valori utili a unire una nazione e, sempre citando le sue parole, “un modo per far incontrare gli italiani”.

In questo senso, in un Paese di cui spesso si dice che esiste solo geograficamente, il solo termine “patriota” evoca lo spettro del fascismo e la retorica nazionale viene presa in causa quando si parla di immigrati da rispedire “a casa loro“, la leva obbligatoria potrebbe avere un senso. Del resto, in Europa, è presente in diversi paesi come Austria (6 mesi), Danimarca (4-12 mesi), Finlandia (6-12 mesi), Grecia (9-12 mesi), Norvegia (4-5 mesi), Sizzera (più periodi distribuiti tra i 21 e i 34 anni di età) eccetera. Rimangono interrogativi sulla sua efficacia nei contesti di guerra: oggi, un esercito di grandi proporzioni, ha senso? In un mondo dove la guerra esplode in modo caotico e disorganizzato e basta un furgone per seminare morte e caos in una città, che utilità ha il servizio di leva obbligatorio da un punto di vista strettamente militare?

E tornando alla sua funzione educativa, di trasmissione di valori democratici, forse per quello ci sarebbe un’altra istituzione, su cui l’Italia, negli ultimi anni, ha scommesso pochissimo e di cui si parla solo per commentare gli atti di bullismo (sempre di più di alunni e genitori nei confronti degli insegnanti), ovvero la scuola. Non sarebbe il caso di portare lì valori come democrazia, rispetto e, perché no?, patriottismo (stando attenti a non spacciare quest’ultimo per nazionalismo anti immigrati)?


Fonte: WIRED.it