Stati Uniti, la net neutrality e il paradossale concetto di concorrenza

Stati Uniti, la net neutrality e il paradossale concetto di concorrenza



Una rete a velocità diverse, dove i fornitori di servizi disposti a pagare di più passano i propri contenuti più rapidamente ed efficacemente. Per gli altri, servizio standard se non penalizzato perché rallentato, con qualità peggiore o del tutto precluso a certi tipi di contenuti (esempio: se non paghi a parte non puoi vedere i video). Con conseguente riassetto delle strategie commerciali e relative ricadute sugli utenti. Se fino a oggi questi potevano accedere all’autostrada di internet col mezzo che volevano scegliendo la corsia che preferivano domani finiranno incolonnati nella corsia che spetta loro in virtù del prezzo pagato. E potrebbero anche essere bloccati all’ingresso perché la strada è intasata e la precedenza va a chi sborsa di più. Un po’ quel che accade davvero su certi tratti autostradali californiani, dove la corsia di sinistra, la “express”, si paga se sei da solo (ma se l’auto è occupata da più di due persone è gratuita).

Questa è la sintesi dello smantellamento delle garanzie sulla neutralità della rete negli Stati Uniti volute nel 2015 da Barack Obama. La sepoltura di quello stesso concetto, per molti. Anche se occorre raccogliere l’invito di Tim Berners-Lee, papà del web, che ha invitato a lottare. Ci sarà spazio per le cause legali che gli Stati, oltre che le compagnie e le associazioni, potranno sollevare nei confronti della decisione, ma anche per ulteriori interventi futuri del Congresso che superino la mossa della Federal Communications Commission guidata dal 44enne repubblicano Ajit Pai. Di cui molti sottolineano il passato a Verizon, verissimo, ma in pochi ricordano la lunga carriera nella macchina dell’amministrazione. In fondo alla Fcc ce lo spedì proprio Obama nel 2012: segno che le cose sono sempre più sfumate di quanto appaiano.

Certo, l’Internet Freedom Order sposta la supervisione delle dinamiche di internet dall’agenzia della comunicazione a quella del commercio. Ne esce profondamente ferita la tesi che voleva internet come una utility, un bene strategico, una piattaforma da cui eliminare ogni discriminazione e trova spazio quella che la individua come una qualsiasi piazza di offerta di servizi. Se sono in concorrenza fra loro e chiaramente illustrati, dice il nuovo regolamento, le offerte degli operatori possono premere sull’acceleratore o tirare il freno a mano a contenuti di ogni tipo e alla velocità stessa di connessione. Dal diritto all’accesso al diritto di mercato, per così dire. D’altronde alle telco viene tolto il titolo di “Title II Common Carrier”, cioè di società che “trasportano” o danno accesso a beni considerati pubblici per la generalità della comunità nazionale, senza particolari ostacoli di accesso e servizio. Un’infrastruttura ferroviaria è un “common carrier”, uno spedizioniere privato no. Questo è accaduto con le nuove regole.

Da quando presiede la Fcc Ajit Pai ribalta la questione. Secondo il repubblicano il rischio non è quello di vedersi bloccati dei contenuti (cosa che pure, con le regole in vigore, accadeva puntualmente) o rallentata la connessione. Il problema, ha spiegato più volte, è che certe persone “non hanno del tutto accesso a quei contenuti”. Insomma, il nuovo regolamento servirebbe a colmare questo “digital divide” dando più risorse agli operatori per portare la rete dove non c’è o a migliorarne la qualità dove già c’è.

Questa deregulation assoluta, perché poi siamo sempre dalla parte del libero mercato sovrano, dovrebbe infatti servire a muovere investimenti. Soldi che dovrebbero arrivare grazie ai maggiori ricavi legati ai “pedaggi”, cioè alle tariffe che si potranno chiedere a Google, Facebook, Hulu, Amazon, Netflix e compagnia, i cosiddetti “over the top”, per usare le proprie reti. L’auspicio di Pai e dei repubblicani è che di piattaforme come quelle possano fiorirne anche altre, visto che s’innescherà una battaglia che oltre alla bontà dei servizi offerti passerà anche dalla possibilità di intervenire su altri aspetti al momento preclusi. Come, per l’appunto, la velocità di connessione, la salvaguardia dei GB di connessione per certi contenuti e così via.

Appare al contrario evidente – e in Italia, pensando ad altre infrastrutture critiche come la rete ferroviaria o quella elettrica, lo sappiamo bene – che un simile approccio rischia di configurarsi come del tutto anti-competitivo.

Il punto è che dipende da cosa s’intenda davvero per concorrenza: se è una corsa a chi paga di più, senza dubbio l’Internet Freedom Order è un regolamento iperconcorrenziale. Se, come invece crede l’Unione Europea e credono i sostenitori della net neutrality, concorrenza dovrebbe significare un quadro normativo in cui l’autorità centrale si occupa di garantire a tutte le parti in causa una situazione di partenza uguale ed equilibrata, allora quel provvedimento è la morte della medesima concorrenza tanto sbandierata. Specialmente in contesti in cui le telco controllano anche fornitori di contenuti, come Comcast con NbcUniversal, o dove possano essere messi in campo servizi cosiddetti di “zero rating”, che non incidono sul consumo di dati: non serve un genio del settore per capire quali servizi tenteranno di avvantaggiare e quali penalizzare. Basta vedere a ciò che è accaduto in Portogallo.

Oltre la questione meramente commerciale, se ne spalanca un’altra che ruota intorno ai diritti civili. La rete è già oggi, in molti Paesi del mondo, alla mercé di governi e autorità (basti pensare alla Cina o alla Turchia) che accendono e spengono piattaforme, filtrano il traffico, sfruttano rallentamenti e oscuramenti del segnale come arma politica per colpire certi siti, certe comunità, certe minoranze. Se in quei casi sono le agenzie governative che intervengono direttamente in questo lavoro di censura e discriminazione, negli Stati Uniti la “selezione” dei servizi e, a cascata, della clientela a cui riservarli e proporli apparterrà nel giro di qualche settimana ai colossi delle telecomunicazioni. Giusto il tempo di definire le norme e inserirle nel Registro Federale. Auguri.


Fonte: WIRED.it