L’ex ad di Uber vende le sue azioni ai giapponesi di Softbank



Travis Kalanick, CEO di Uber

Travis Kalanick, cofondatore ed ex amministratore delegato di Uber, è disposto a vendere un terzo delle azioni che detiene nella sua creatura. Il manager, cacciato dal timone la scorsa estate dopo gli scandali che hanno travolto la società di trasporti, è tra gli azionisti che stanno cedendo quote per far entrare il gruppo giapponese di telecomunicazioni Softbank nella compagine di Uber.

E questo nonostante Kalanick abbia a lungo ribadito che non avrebbe mai venduto le azioni della multinazionale che ha fondato. Come ha riferito a Bloomberg una fonte al lavoro sul dossier, l’ex ad sarebbe stato pronto a disfarsi della metà delle quote del suo pacchetto azionario, pari al 10% di Uber, ma per effetto dell’accordo tra l’azienda di trasporti e i compratori, si limiterà a cedere il 29% del totale.

Bloomberg riferisce che Kalanick incasserà circa 1,4 miliardi di dollari dalla transazione con la cordata di investitori, guidata da Softbank. Per anni miliardario solo sulla carta, per via delle valutazioni crescenti della sua azienda, ora il manager lo diventerà davvero.

L’operazione si dovrebbe concludere entro la fine del mese. Al termine del passaggio di quote, raggranellate da dipendenti e precedenti investitori, la cordata del gruppo nipponico diventerà proprietaria del 17,5% di Uber. Nello specifico, la capogruppo avrà il 15% dell’azienda americana.

Softbank però ha messo sul piatto meno soldi del previsto. Ha attribuito a Uber un valore di 48 miliardi di dollari, pagando ogni azione 33 dollari.

È circa il 30% in meno rispetto dei 68 miliardi di una delle ultime stime, in coincidenza con un round di finanziamenti. In aggiunta all’acquisto di azioni, Reuters riferisce che Softbank e alleati investiranno altri 1,2 miliardi di dollari.

L’ingresso del colosso giapponese segna l’inizio di una nuova era per Uber. Finisce il periodo di potere di Kalanick, che senza il pacchetto azionario non sarà più in grado di influenzare il consiglio d’amministrazione. Il manager è stato messo alla porta lo scorso giugno. Le accuse di molestie sessuali, le indagini sullo spionaggio contro i concorrenti e la rottura con uno dei principali azionisti della prima ora, Benchmark, hanno spinto gli azionisti a chiedere la testa del cofondatore.

Al suo posto è arrivato l’ex ad di Expedia, Dara Khosrowshahi, che sta lavorando alla quotazione in Borsa, prevista per il 2019. Il nuovo amministratore ha sponsorizzato l’operazione con Softbank, sia per recuperare liquidità sia per arginare l’influenza del predecessore.

Dara Khosrowshahi, ad di Expedia

In questo modo il baricentro del potere si sposta fuori da Uber. Verso il Giapppone di Mayaoshi Son, il miliardario che guida Softbank, e l’Arabia Saudita, che ha investito 3,5 miliardi di dollari nella multinazionale e ora altri soldi attraverso le partecipazioni nel colosso nipponico. Son ha varato da pochi mesi un fondo da 100 miliardi di dollari, Vision, con il quale investire in tecnologia e startup. A bordo ha gli stessi sauditi, più colossi come Apple, Foxconn e Qualcomm.

Negli anni scorsi il manager del Sol Levante ha già foraggiato l’industria dei trasporti via app. Ha investito nella “Uber” cinese, Didi Chuxing, che ora ha annunciato di voler allargare le corse al Messico e ha acquistato la brasiliana 99 (che fa lo stesso mestiere e in cui Softbank ha iniettato denaro). Ha comprato quote di altre aziende simili, come l’indiana Ola e Grab, che opera nel Sudest asiatico. Pochi mesi fa, dopo aver presto contatti con Khosrowshahi, ha ventilato l’ipotesi di finanziare anche la concorrente di Uber, Lyft. Prima di decidersi a diventare il primo azionista della multinazionale a stelle e strisce.


Fonte: WIRED.it