Il data center di domani è a energia rinnovabile ed è già qui



(Foto: Aruba)

Molto presto un quinto dell’energia prodotta a livello globale servirà a malapena a visualizzare, produrre e gestire la valanga di dati che produciamo in quantità industriale giorno dopo giorno. È questa la previsione che più da un’idea dell’impatto che l’avvento dell’era dell’informazione sta avendo sul pianeta: secondo uno studio effettuato a fine 2017, entro il 2025 l’utilizzo di smartphone, computer, tablet e smart tv — e delle infrastrutture che ci consentono di consultare profili Facebook e di guardare video su YouTube, nonché di comprare prodotti e di usufruire di servizi online — peserà per il 20% sulla bolletta energetica totale del pianeta.

Il computo finale però vede una voce su tutte in testa: i data center, pezzo del puzzle invisibile all’occhio della maggior parte degli internauti ma fondamentale per l’esistenza di qualunque attività che abbia anche una minima presenza in Rete. Da loro passa ogni singolo pezzetto di informazione che spediamo online e da loro proviene in maniera indiretta ogni scampolo di testo e ogni contenuto multimediale che reperiamo su Internet.

Nella proiezione di Andrae, tra otto anni queste operazioni richiederanno un terzo dell’energia messa in conto in quel 20% della proiezione di fine 2017. Non c’è dubbio dunque che occorra porre un freno al fenomeno in generale (nel 2015 il consumo in percentuale è stato stimato attorno al 3-5%, e da allora è in crescita del 20% ogni anno) e ce sono pochi sul fatto che occorra partire proprio dai data center, o quanto meno fare in modo che l’energia prodotta da queste strutture non contribuisca a danneggiare il pianeta più di quanto non sia avvenuto già fino ad oggi.

Fortunatamente l’industria sta iniziando ad adottare comportamenti sempre più orientati all’utilizzo consapevole delle fonti energetiche, strategie che si basano generalmente su tre pilastri: l’adozione di energie rinnovabili per l’alimentazione delle proprie sedi e dei propri macchinari, un efficientamento delle infrastrutture che possa renderle in grado di funzionare con meno risorse e lo studio di metodi di recupero e riutilizzo dell’energia di scarto per diminuire ulteriormente il conto finale dei kW/h necessari alle operazioni.

(Foto: Aruba)

Per trovare esempi pratici non è necessario andare lontano. In Italia, e per la precisione a Ponte San Pietro, sorge infatti il Global Cloud Data Center di Aruba, un campus inaugurato l’anno scorso e che, grazie a un posizionamento geografico strategico e a scelte tecnologicamente all’avanguardia, può operare interamente grazie a energia green. L’elettricità arriva infatti da un mix composto da fonti rinnovabili esterne con garanzia d’origine certificata, da pannelli solari situati in loco e soprattutto da una centrale idroelettrica di proprietà del Gruppo che sfrutta la potenza del fiume Brembo per generare corrente. Non solo: un impianto geotermico recupera l’acqua di falda presente in zona per essere riutilizzata nel data center, nelle sale affollate dai server. Gli impianti vengono raffreddati mantenendo contenuto il dispendio energetico richiesto dagli impianti di condizionamento dell’aria, e l’acqua torna in falda. Quest’opera, a quanto dichiara Aruba, è parte di una visione più ampia e di lungo termine che l’operatore italiano ha, e cioè quella di fare innovazione in modo totalmente ecocompatibile a beneficio del pianeta, ma anche dei propri clienti che lo possono usare come proprio valore condiviso nella propria comunicazione.

Il mix tra utilizzo di fonti proprie ed efficientamento delle infrastrutture però non comporta benefici solamente in termini di impatto sull’ambiente. Autoproducendo l’energia e riducendo al minimo il fabbisogno esterno, la bolletta energetica si comprime sensibilmente, e questa è una riduzione che si trasmette in termini di costi, o meglio risparmi, alle aziende clienti.
Per questo, ogni singola innovazione in quest’ambito è preziosa: a livello macroscopico, ma anche per quel che concerne le singole unità di elaborazione, che per rendere al massimo, con il minimo consumo, vanno costantemente aggiornate agli ultimi modelli e implementate in soluzioni modulari, che permettono di essere scalate in modo dinamico secondo le esigenze.

L’idea alla base è quella di innescare un circolo virtuoso, che da ogni singola innovazione adottata faccia nascere convenienza e, di conseguenza, ulteriori investimenti in nuove tecniche che permettano di abbattere ulteriormente i costi energetici di queste operazioni, pezzo per pezzo. Con un’influenza del genere sulla salute del pianeta, del resto, l’intera industria Ict è investita di una responsabilità che non solo non ha precedenti, ma il cui peso è destinato a gravare sempre di più sulle sue spalle: fenomeni come l’avvento delle reti 5G e la relativa esplosione nel traffico di dati globale, sono letteralmente dietro l’angolo e sono già stati presi in considerazione in tutte le previsioni di breve e medio termine; ma il futuro più remoto riserva — tra svariate incognite — una sola certezza: la nostra dipendenza dai dati non è destinata a scemare; saperli gestire senza impatto sugli equilibri del pianeta è imperativo.


Fonte: WIRED.it