Un’altra settimana senza Wikipedia forse non ci avrebbe fatto male



(Illustrazione: Wired.com)

Forse un’altra settimana senza Wikipedia ci avrebbe fatto bene. Intendiamoci: privi dell’enciclopedia condivisa staremmo tutti peggio. Il valore anche solo simbolico del progetto, le sue dimensioni, la rapidità e la chiarezza con cui ci fornisce ogni giorno nozioni e informazioni è impagabile, nonostante tutte le storture di cui da anni discutiamo fra cui lo sbilanciamento di temi, contenuti e autori (della serie che trovi di tutto e di più su Star Wars ma non più di due righe su una cittadina africana o sudamericana o su un tema slegato da certi “mondi dominanti“). Diciamo che è ormai patrimonio condiviso. Ma che, come tutte le piattaforme di riferimento, a volte può essere suo malgrado ingombrante. Nel senso letterale del termine: può diventare l’unica strada e bloccare le altre. Sia concretamente che sotto l’aspetto cognitivo. Ce ne siamo accorti nei tre giorni di blackout della versione italiana (poi affiancata anche da quelle spagnola, lettone ed estone).

Per carità, non c’è alcun valore scientifico né pretesa di generalizzare. Figuriamoci. Ma se una certa sensazione l’ha provata anche chi, come chi scrive, è già abituato di suo a variare fonti e letture in modo estremamente ricco e articolato e in lingue diverse, c’è solo da immaginare quale possa essere stato l’effetto su un’utenza meno smaliziata e quasi dipendente da Wikipedia. Col progetto lanciato da Jimmy Wales e Larry Sanger nel 2001 ci facciamo ormai di tutto: ci controlliamo la grafia di un nome o di una parola, ci improvvisiamo esperti di qualunque settore dello scibile umano, recuperiamo nozioni che hanno lampeggiato solo per pochi istanti nella nostra mente, ci sfidiamo con gli altri a verifiche immediate di pezzi di cultura e informazione spappolati nei ritmi quotidiani, colmiamo le più assurde (o banali, soprattutto banali) curiosità.

E, ovviamente, acquisiamo nuove informazioni perdendoci spesso negli affascinanti labirinti degli inaspettati collegamenti. Soprattutto, ci deresponsabilizziamo: è (quasi) tutto a disposizione, studiare e ricordare non serve poi a granché.

In quei tre giorni senza Wikipedia, che protestava per la bozza di direttiva europea sul copyright poi (per fortuna) bocciata dall’Europarlamento – se ne riparlerà a settembre – pur, forse, non essendo direttamente coinvolta dalle eventuali problematiche che ne sarebbero derivate, non è andata poi così male.

Senza l’enciclopedia libera e collaborativa si può vivere. E anche bene. Variare le fonti, anche per sedare una piccola stranezza e una trascurabile lacuna, è diventato un obbligo e non più un’eccezione da scrupolosi. Ci siamo ritrovati in mano più libri (di carta ed elettronici) di quanti pensassimo Addirittura, siamo ritornati a parlarci, confrontarci, sforzarci di recuperare un dato insieme agli altri. A sfuggire dalla logica binaria da quiz digitale, “vediamo su Wikipedia chi ha ragione”. Insomma, alla fine quel che dovevamo cercare e capire l’abbiamo trovato e assimilato con buona pace dei catastrofismi.

Non è detto, ovviamente, che sia andata per tutti alla stessa maniera. Ad alcuni trovare le voci oscurate avrà prodotto un certo panico, un inedito horror vacui digitale, altri avranno perfino rinunciato ad approfondire o verificare le loro ricerche. Altri ancora non se ne saranno neanche accorti o avranno fatto fatica a capire fino in fondo perché quel sito che consultano tutti i giorni più volte al giorno e che ha ormai sostituito un bel pezzo di corteccia cerebrale e di ippocampo fosse inaccessibile. Chissà.

Rimane tuttavia una considerazione di fondo che questo genere di piattaforme, così come molte altre compresi i social network, tendono in modo programmatico o intrinseco a spazzare via: internet non è un loro sinonimo e non si conclude all’interno di pochi e pur formidabili e sterminati spazi organizzati. È davvero e soprattutto molto altro: purtroppo ce ne accorgiamo solo quando Wikipedia chiude i battenti.


Fonte: WIRED.it