Venture capital e startup, 5 numeri per capire dove investe l’Italia

Venture capital e startup, 5 numeri per capire dove investe l’Italia



soldi euro banconote

In Italia il mercato dei venture capital, i capitali di rischio a cui si rivolgono le startup per finanziare il proprio business, è partito nel 2013. Va piuttosto bene, ma è ancora in una fase embrionale. Lo dicono anche gli ultimi dati a disposizione, forniti dal rapporto Venture capital monitor (Vem), realizzato dall’osservatorio attivo presso la Liuc business school insieme ad Aifi (Associazione italiana del private equity, venture capital e private debt).
Monitorando il 2017, la fotografia mostra come nel nostro Paese l’ammontare investito da venture capital, ovvero 208 milioni di euro, sia sostanzialmente stabile rispetto al 2016. Ma diminuisce il numero di investimenti iniziali in nuove startup.

Perché? Il presidente di Aifi, Innocenzo Cipolletta, sostiene che “l’Italia è entrata in questo mercato con un certo ritardo e ha un handicap di base, ovvero il suo debito pubblico”. Se ci confrontiamo con altri Paesi, risultiamo sottodimensionati. La componente di investimenti pubblicidovrebbe essere uno stimolo a cui si aggiungono quelli privati, come succede in tutta l’Europa continentale”. Invece è sporadica. Più attori sul mercato agirebbero in modo complementare, ampliandolo e facendolo crescere. Com’è la situazione italiana?

57 investimenti iniziali

Sono stati 57 gli investimenti iniziali in startup da parte dei venture capital che si sono chiusi nel 2017. Nel 2016 erano 92, significa un -38%. Perché? Stiamo andando peggio? Aifi spiega la decrescita con il fattore ciclicità.

È un mercato recente. È successo che ci sono stati operatori importanti che nel 2017 erano in fase di fundraising e quindi non hanno chiuso investimenti“, precisa Francesco Bollazzi, project manager di Vem. “Secondo fattore: molti operatori si sono concentrati in operazioni di follow on, cioè round di finanziamenti successivi al primo”, aggiunge. E non initial, ovvero su nuove aziende: infatti, concentrandosi sui follow on, ne sono stati mappati 21, rispetto ai 10 del 2016. Il doppio.

208 milioni investiti
L’ammontare totale degli investimenti di venture capitalist nel 2017 è stato di 208 milioni di euro, per un totale di 78 operazioni tra initial (57) e follow on (21). Le initial, ovvero le nuove startup finanziate, hanno attratto 165 milioni. Le follow on 43 milioni (meglio del 2016, quando hanno raccolto 30 milioni). Numeri che confermano che gli investitori hanno preferito consolidare quello che già avevano tra le mani. In ogni caso siamo andati un po’ peggio rispetto al 2016, quando le operazioni avevano raccolto 220 milioni totali. L’investimento medio nelle operazioni di seed, ovvero di finanziamento dell’idea imprenditoriale, ammonta nel 2017 a 500mila euro. Nelle operazioni di startup è stato mediamente di 3,4 milioni.

69 investitori attivi

Sono quelli che nel 2017 hanno fatto almeno una operazione. Meno dell’anno precedente, quando erano 82 (-16%). Di questi il 45% sono fondi di venture capital, il resto operatori di altre categorie, come business angel, fondi di seed capital, operatori strutturati di angel investing.
Puntare alla crescita del numero di operatori è condizione essenziale per far crescere il mercato“, spiega Bollazzi. “Sono aumentati in Italia ma il numero non è ancora sufficiente. E poi c’è un tema di capitali: possono essere presenti tanti operatori, ma se poi i capitali non ci sono, è un problema”. Con riferimento alla provenienza, il 21% degli investimenti è stato realizzato da stranieri.

Il 37% delle operazioni in Lombardia

In Lombardia si concentra il maggior numero di operazioni, il 37%, dato che continua a crescere (33% nel 2016). Seguono il Lazio con il 23% e l’Emilia Romagna con il 9%. Più in generale il nord va sempre meglio, il centro è in lieve crescita, stabile invece a bassi livelli il sud. Spostandoci sui settori più gettonati, informatica e telecomunicazioni sono il comparto più interessante per gli operatori. Da solo fa il 39%, soprattutto grazie alle applicazioni web e mobile per smartphone e tablet. In crescita il terziario avanzato (16%) e al terzo posto troviamo i servizi finanziari, soprattutto per l’impatto del fintech (12%).

12 posti di lavoro
Secondo uno studio della Casaleggio associati (su dati Aifi del 2016) per ogni milione investito da venture capital in Italia si creano 12 posti di lavoro nell’azienda. Arrivano a 60 con l’indotto. Se si considerano tutte le startup tecnologiche, hanno dato impiego a 35mila persone. Il trend sembra confermato. Come si legge nel rapporto della Casaleggio, “il 60% del campione stima infatti una crescita entroi prossimi due anni dell’85% dell’organico, mentre il 37%prevede una sostanziale stabilità dell’organico“. E lo studio sottolinea come proprio la raccolta dei finanziamenti sia la sfida principale per le startup italiane, seguita da maturità del mercato, accesso ai talenti, ostacoli regolamentari e competizione estera.


Fonte: WIRED.it