Tully e la leggerezza della giovinezza seppellita dalla maternità



La miglior definizione di chi sia Tully la darà, ad un certo punto, Marlo, la mamma distrutta da un terzo figlio, interpretata da Charlize Theron: “Sembri un libro divertente per bambini secchioni”. Rassicurante, positiva, piena di voglia di fare, Tully è una tata per genitori, nel senso che si occupa dei bambini di notte, il momento in cui è più duro stargli appresso e in cui la privazione del sonno diventa tragica per il genitore. Costretta da un post parto difficilissimo, Marlo stremata decide di rivolgersi a lei, inizia così con diffidenza una serie di notti di riposo e di mattine in cui trova tutto a posto, si sente piena di energie e trova i bambini felici. La famiglia perfetta con un segreto notturno.

Non sarà evidentemente tutto così chiaro e facile ma Tully (il film) è a questo che in realtà segretamente mira. L’intreccio, il problema, il mistero e una risoluzione clamorosa le possiede tutte, ma la sua forza non sta lì nella trama, quanto nella maniera in cui descriva il desiderio recondito e quell’anelito inconfessabile di abbandonare tutto e tornare alla vita antecedente la gravidanza, contaminato dal senso di colpa di abbandonare i figli.

Potrebbe essere questa la rappresentazione definitiva della depressione post parto, a volerla guardare da vicino, ma più in grande è qualcosa in cui chiunque può vedere se stesso, in quello sguardo volto all’indietro, verso chi si era prima, a cui si mischia il desiderio di vivere il presente.

Tully è esattamente come dovrebbe essere il cinema d’intrattenimento adulto, e del resto come sono già le migliori serie tv: dotato di un po’ di mistero, leggero e pesante al tempo stesso, ma sofisticato.

Forse non a caso esce d’estate con poco entusiasmo e sicuramente pochi incassi, un’uscita tecnica più che altro, perché non è più tempo al cinema per questo tipo di storie e di approcci, decisamente più fortunati in televisione. Eppure questo film dimostra che il formato che oggi definiamo breve (solo 95 minuti) ha ancora una capacità di sintesi unica. Soprattutto qui quel che per chiunque altro sarebbe materia da commedia (i genitori che si adattano male al ruolo ma in fondo amano i loro figli) diventa un vero dramma intimo, personale e difficile da spiegare a parole agli altri.

Mackenzie Davis (già programmatrice in Halt and Catch Fire e avatar giovane in San Junipero) è il contraltare perfetto per Charlize Theron, ingrassata e sformata ad arte per interpretare una donna distrutta da tre gravidanze. Sui loro due corpi si misura gran parte del senso del film, sul contrapporre questa specie di versione giovane e magra di una alla depressione e al bisogno di riscoperta di sé dell’altra. È bravissimo Reitman ad inquadrare Tully per definirla sia sexy che non minacciosa, non una ruba mariti ma una versione ideale di sé, una versione che esiste solo nella propria memoria e nelle proprie aspirazioni. La materializzazione di tutto quel che non si è più e mai più si sarà.

Si vedono molti film in cui il protagonista deve accettare ed elaborare un lutto, e questi solitamente imbastiscono trame incredibili e avventurose per mettere in metafora il processo. Ecco Tully ha una trama con segreti e misteri che mettono in metafora l’elaborazione della fine definitiva di un’età, il funerale della propria giovinezza e l’abbandono clamoroso non tanto del vecchio sé (che già se n’è andato da solo) ma delle velleità di ritorno a quell’epoca. Ed è così riuscito, nonostante un finale traballante e meno impeccabile del resto del film, proprio perché ha il coraggio non comune di guardarsi dentro e quindi guardare dentro allo spettatore, di affrontare senza pudori un tema e sviscerarlo con complessità.


Fonte: WIRED.it