Westworld, il finale di una stagione che non ci ha convinto del tutto

Westworld, il finale di una stagione che non ci ha convinto del tutto



Se il finale della prima stagione di Westworld sembrava rispettare il patto narrativo stipulato con il pubblico, soprattutto quello che si era buttato di testa su Reddit, questa chiusura della seconda stagione sembrava più intenzionata a stupirci, ad accumulare corpi, rese dei conti e colpi di scena, lasciando sospese domande ai limiti del sadismo. Da qua in avanti spoiler duri, siete avvisati cari visitatori del parco.

Tuttavia, il corso degli eventi era tutto sommato abbastanza comprensibile fino a quella scena dopo i titoli di coda, quell’ultimo bellissimo primo piano sugli occhi di ghiaccio di Ed Harris che ci prendono in giro, sembrano confermare o almeno far pesantemente intuire la sua natura artificiale e allo stesso tempo ci confondono. Perché William scende con l’ascensore senza incontrare Bernard, ma arrivando in una versione decisamente fatiscente della Forgia in cui trova una simulazione di sua figlia? Perché si ritrova nella stanza di James Delos, che in teoria dovrebbe essere altrove? Perché scavandosi nel braccio non ha trovato il cavo come Bernard e soprattutto in quale momento si svolge tutto ciò se poi lo ritroviamo tra i feriti in attesa di evacuazione? È tutto nella sua testa?

Partendo da queste domande finali possiamo cercare di mettere in fila il bandolo della matassa di questa ultima lunga puntata che si svolge soprattutto nel presente, con qualche sprazzo di futuro e una piccola capatina nel passato.

Una puntata i cui toni pendono decisamente verso il biblico, con palesi riferimenti alla Terra promessa, all’ascesi e ai Cavalieri dell’Apocalisse, per non parlare di Dolores e Bernard che mescolano le figure di Adamo, Eva, Caino e Abele nella creazione di un nuovo mondo a misura di androide.

Qualche settimana fa avevamo detto che se Dolores era Magneto, Maeve era il Dr. Xavier, se la prima puntava a uccidere gli umani la seconda era più portata al compromesso. Ci eravamo sbagliati, non è Maeve il Dr. Xavier e tra le due donne non c’è mai stato uno scontro finale, sarà Bernard la forza che in futuro dovrà contrastare Dolores e portare equilibrio tra le due linee di pensiero. Però a questo punto vorremmo capire chi c’è dentro Charlotte Hale e vorremmo anche capire che senso aveva la linea temporale degli undici giorni dopo se dentro la Hale c’era Dolores.

D’altronde è lei il grande plot twist di questo finale e dell’intera stagione, una sostituzione corporea degna della migliore tradizione cyberpunk che in effetti non era ancora stata esplorata a fondo da una tecnologia che teoricamente concedeva ampia libertà al rimescolamento di menti e involucri. Un rimescolamento che permette a Dolores di avere un ripensamento e salvare il paradiso artificiale di Akecheta, forse l’unico a uscirne con un lieto fine, e a rendere Dolores un po’ diversa dall’Uomo in Nero, che proprio poco tempo prima aveva rimarcato come tra lui e la sua ex amante artificiale non ci fosse poi così tanta differenza.

Tra l’altro, proprio quella scena è forse l’esempio migliore di cosa non funziona e non ha funzionato nel corso di questa stagione: Dolores non ha assolutamente bisogno di William, se per un breve scontro a fuoco, sa benissimo che lei lo tradirà, eppure i due viaggiano assieme per il gusto di farceli vedere accanto.

Anche l’idea che nella Forgia siano contenuti i dati dei visitatori, un’idea che fino a poco tempo fa sembrava fondamentale per il finale di stagione, si rivela vuota. Per quanto bella possa essere la scena in cui l’umanità viene mostrata in tutta la sua semplicità, miseria e piccolezza da un sistema operativo con le fattezze di Logan, alla fine non interessa più a nessuno, perché il discorso si è già spostato sulla Porta, sulla battaglia e sulla discussione tra Dolores e Bernard su ciò che è giusto fare. Alla fine, proprio come i corpi dell’area allagata, che erano già morti prima di toccare l’acqua, tutto è accaduto invano.

Lungo questa serie di opinabili scelte narrative, Westworld si ricorda di essere una storia fatta anche di personaggi, anzi, come abbiamo visto con le ultime due puntate, forse dà il meglio di sé proprio in quei casi. Dietro le spiegazioni forzate, i monologhi e i colpi di scena ci sono delle emozioni che esplodono improvvisamente e che ci fanno sentire più indulgenti nei confronti dello show: la richiesta di aiuto di Logan, la morte di Seizemore (per quanto inutile), la scena coi tori di Maeve e la sua decisione di lasciar andare via sua figlia, sacrificandosi per lei (ma anche qua non si capisce perché non potesse annullare i comandi di Clementine), Teddy e Akecheta che trovano la pace in quello che è a tutti gli effetti una sorta di oltretomba, un’ascesi per i giusti, James Delos chiuso nella sua follia e nel suo dolore per il rapporto col figlio, Ford che saluta Bernard sulla costa, concedendo a Hopkins un ultimo bellissimo monologo.

Ma nonostante tutto queste emozioni resta in bocca l’amaro di una risoluzione non del tutto soddisfacente. Vuoi perché la mente dello spettatore è continuamente tesa a ricollegare i fili, vuoi perché i dialoghi tra i personaggi sembrano lezioni, più che interazioni naturali, vuoi perché nel corso dei 90 minuti della puntata i messaggi sembrano entrare in un loop di spiegazioni di cose che già erano già state dette e ridette e di situazioni forzate, vuoi per quell’ultima scena finale che rimette tutto in discussione-

L’impressione è che questa seconda stagione di Westworld sia stata difficile da domare per gli autori. La prima indugiava su più linee temporali, ma acquistava via via un’inerzia e una potenza che nel finale si erano sfogate quasi del tutto, lasciandoci con la voglia di saperne di più. Questa volta il cammino è stato meno lineare, a tratti zoppicante, le linee temporali diverse meno necessarie e la conclusione col dualismo Dolores/Bernard forse non così interessante come ci aspettavamo. L’unica vera curiosità rimasta è capire quell’ultima scena finale.

La lezione più interessante sul futuro dello show e sulla natura umana ci arriva dal sistema operativo personificato in Logan Delos. Una delle lezioni più ciniche di uno show che nel cinismo indugia volentieri. L’umanità è fatta di poche semplici pulsioni che ci comandano dall’inizio alla fine, difficilmente possiamo cambiarle, siamo semplici e banali. Nel ricrearci la Delos sembrava cercare una complessità di cui non c’era alcun bisogno, ma la vera grandezza degli androidi sta nella capacità di riprogrammarsi, di aggiornarsi. I migliori di noi sono quelli che sanno fare altrettanto, resta da capire se anche Westworld, nella sua eventuale terza stagione, ci riuscirà.


Fonte: WIRED.it