19 milioni di indirizzi IP bloccati, cosa sta succedendo in Russia



Pavel Durov (foto: Nadine Rupp/Getty Images News)

Il braccio di ferro tra Mosca e il servizio di messaggistica istantanea Telegram si ingigantisce e scivola quasi nel grottesco, con la rabbia cieca che finisce per tirare in mezzo un po’ tutti.

Il co-fondatore dell’app, Pavel Durov, aveva risposto con un “la privacy non è in vendita” all’ultima decisione di una corte, che aveva ordinato l’immediato blocco della piattaforma nel Paese.

Mentre Telegram sguscia tra diversi indirizzi IP per eludere l’ordinanza di blocco, il Roskomnadzor (Rkn), organismo di controllo delle telecomunicazioni, ha colpito intere e ampie fasce di indirizzi IP con l’obiettivo di bloccare la fuga, però creando problemi e interruzioni ad altri servizi.

Che poi, ha spiegato l’avvocato dell’azienda al Financia Times, non si tratta solo del principio d’integrità ben enunciato da Durov sul suo canale: di fatto, dare le chiavi di crittografia per accedere le conversazioni degli utenti, è per la società quasi impossibile. Troppi server in Paesi diversi che conservano i dati da un lato, e impossibilità di accedere alle conversazioni più protette (quelle segrete) dall’altro.

Ma al Roskomnadzor non importa un bel niente, e procede, come dimostra la lista degli oltre 19 milioni di indirizzi IP bloccati, riportati dal canale dell’osservatore dedicato RknShowTime. Il capo di Roskomnadzor, Alexander Zharov, ha dichiarato di aver bloccato 18 sottoreti e un numero significativo di indirizzi IP appartenenti anche Google e Amazon, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Interfax.

“Al momento abbiamo informato entrambe le aziende che un numero significativo di indirizzi IP situati tra le nuvole di questi due servizi sono caduti sotto il blocco sulla base della sentenza della corte (per bloccare Telegram)”, riporta la Cnbc.

Sempre dal suo canale invece, Durov si è detto disposto a elargire milioni di dollari in bitcoin a chi avrebbe messo a disposizione VPN e proxy per la libertà della rete. Ha fatto poi sapere che non c’è stato un calo significativo degli utenti del servizio in Russia da quando è entrato in vigore il divieto, perché gli utenti, appunto, utilizzavano VPN e proxy per accedere al servizio di messaggistica. Ha anche ringraziato Apple, Google, Amazon e Microsoft per non aver preso parte alla censura politica“.

Tra gli altri siti finiti nel fuoco incrociato ci sono Twitch, Slack, Soundcloud, Viber, Spotify, Fifa e Nintendo.


Fonte: WIRED.it