Jurassic World – Il regno distrutto, la saga torna alle sue origini horror



L’anima che Jurassic Park sapeva tenere a bada, e che tutti gli altri film da esso derivati avevano perduto, è quella horror. L’avventura con e contro i dinosauri infatti non è tanto una storia di tensione quanto una di paura. I dinosauri sono mostri che cacciano gli umani, spaventano, distruggono e sono assetati di sangue. Sono come Lo Squalo e come Jason di Venerdì 13: incombono e spuntano dalle tenebre. Jurassic World l’aveva dimenticato, trasformando tutto in cinema d’avventura esotica e amicizia, il suo sequel affidato a J. A. Bayona (che nell’horror di alto profilo si è formato) invece se lo ricorda fin dall’inizio, quando un’ignara spedizione sul fondo dell’oceano vede incombere dietro di sé una sagoma gigante.

È il calcio d’inizio di un film che recupera tutto quel che di buono poteva essere rimasto legato al mondo dei dinosauri e lo rilancia (stavolta davvero) per una storia molto più grande da raccontarsi in diversi film. L’isola di Nublar sta per collassare sotto i colpi di un vulcano in eruzione, il mondo non vuole salvare i dinosauri (erano estinti, li abbiamo riportati in vita, ora quest’altro evento cataclismatico rimetterà a posto tutto, dicono) ma un pugno di persone invece sì.

Tra queste ci sono Claire e Owen, cioè Bryce Dallas Howard e Chris Pratt, quasi morti nel film precedente ma attaccatissimi agli animali. C’è per fortuna anche un miliardario, socio nascosto di Hammond (l’uomo che fondò il parco e che nel film originale era interpretato da Richard Attenborough), che finanzierà la spedizione di salvataggio con inevitabile doppio fine.

Jurassic World: Il regno distrutto è un gigantesco viaggio fatto assieme ai dinosauri dalla padella nella brace, cercando di salvare bestie che comunque vorrebbero divorarti, in continuo rischio di morte. L’idea è molto più vincente di quella del film precedente, soprattutto si adatta molto meglio a mascherare le tante pecche di questo film americano pensato come uno asiatico per accattivarsi tutto il pianeta. Non è un caso che Jurassic World 2 risulti risibile in tutta la prima parte, quella in cui si gettano le basi per la storia, perché fino a che non inizia a marciare sul terreno universale dell’azione l’impostazione dei personaggi è talmente basilare da sconfortare.

Il problema (dal punto di vista occidentale) è il modo in cui i personaggi sono presentati e ci raccontano se stessi tramite le loro azioni o i loro discorsi, ha una maniera ben poco raffinata di tradire dettagli su di loro. Le azioni e i particolari che dovrebbero farci comprendere chi siano e come agiscano sono appositamente scelti tra i più noti ed usati: l’anziano magnate a cui viene detto: “Venga, è l’ora delle sue medicine”, la protagonista dal cuore d’oro e l’ampio sorriso che si batte per il bene del mondo, il protagonista vero uomo che che si costruisce una casa di legno nel bosco da solo, fino all’innocente bambina vivace che guarda tutto di nascosto e scappa se notata e l’inevitabile computer geek onnipotente alla tastiera, paurosissimo nel mondo reale, che fa battute mentre hackera sistemi con tutta la vaghezza del caso.

È qualcosa che nel cinema commerciale orientale (soprattutto cinese ma spesso anche indiano) capita di frequente, cioè presentare gli archetipi narrativi come tali, mentre noi siamo abituati a mascherarli, a cercare di creare l’illusione che non siano il solito protagonista maschile o la solita spalla femminile ma qualcosa di diverso anche se poi alla fine quello saranno. Questa sfacciataggine impoverisce di molto un film che finisce, di nuovo, per essere uno in cui le donne fanno le donne e gli uomini fanno gli uomini, in cui quando i secondi dicono qualcosa prima di partire per l’azione e il pericolo le prime sospirano sognanti (accade effettivamente). È il cinema di 30 anni fa, totalmente controcorrente rispetto ai blockbuster che Hollywood sforna oggi, in cui i personaggi femminili sono protagonisti e complicati, e in linea invece con quel che ancora accade nel resto del mondo.

Però se del cinema globale Jurassic World 2 ha i difetti, almeno ne ha anche i pregi. Tutte le scene d’azione sono concepite benissimo, con una frequenza, un ritmo e un’inventiva superiori agli standard statunitensi e più vicini al miglior cinema di Hong Kong. Accade di tutto, in barba a molta logica (con un incastro sarà il protagonista alla fine a causare la morte di tanti e a mettere in pericolo sé e gli altri, anche se il film sembra non accorgersene) ma accade bene, diretto alla grande, citando tanto Spielberg (e con sapienza!), addirittura in alcuni casi sovvertendo il paradigma dei film con dinosauri. Nella scena migliore i protagonisti hanno infatti a che vedere con bestie enormi e pericolosissime ma sedate o parzialmente sedate e in spazi strettissimi, dove le seconde possono muoversi poco e i primi sono a strettissimo contatto con le loro fauci. Come un grande atleta questo film si crede intelligente anche se è scemo, tuttavia è un piacere da guardare mentre fa il suo lavoro.


Fonte: WIRED.it