Cosa succede ora che Telecom è guidata dagli uomini scelti da un fondo Usa



Telecom (Stefano De Grandis/lapresse)

Il timone di Telecom passa agli uomini del fondo statunitense Elliott. L’attuale primo azionista della compagnia telefonica, la società francese Vivendi, finisce in minoranza nella stanza dei bottoni. Con il 49,8% dei voti, l’assemblea degli azionisti di Telecom ha assegnato la maggioranza delle poltrone in consiglio d’amministrazione alla lista di manager indicata dal fondo a stelle e strisce, che in totale gestisce 35 miliardi di dollari di investimenti nel mondo. E in Telecom è socio minore, con l’8,85% delle quote.

La manovra di accerchiamento, benedetta dai maggiori partiti politici e sostenuta dai piccoli soci, è andata a segno. Elliott ha scippato a Vivendi le redini di Telecom. Ora dovrà portare a compimento l’operazione che le è valsa l’appoggio trasversale: separare la rete dal resto delle attività, dimezzare il debito monstre e staccare una cedola agli azionisti.

In tre anni di trazione francese le azioni Telecom hanno perso quota in Borsa. Nell’autunno del 2015 le ordinarie viaggiavano tra 1,1 euro e 1,2 euro, nel tempo sono calate a 0,83 centesimi. Stessa traiettoria per le azioni risparmio, che non danno diritto a un volto in assemblea, ma garantiscono un dividendo più generoso. Erano a 1 euro circa nel 2015, sono scese fino a 0,7 centesimi. E sono quelle che hanno guadagnato di più nelle ore successive alla vittoria di Elliott. “Salgono di più perché Elliott vuole la conversione“, spiega a Wired una fonte che ha lavorato al dossier del fondo americano.

Elliott spinge per la conversione delle azioni risparmio in ordinario per “semplificare la struttura del capitale, aumentare la liquidità ed evitare perdite del dividendo“.

Il piano di Elliott per aumentare il valore delle azioni di Telecom (fonte: Transforming Tim – Elliott Advisors)

Il fondo guidato da Paul Singer punta a raddoppiare il valore delle azioni Telecom. La conversione delle risparmio vale 1 centesimo. La separazione della rete altri 3. Infine il ritorno al dividendo 4 centesimi. In totale i manager di Elliott confidano di poter riportare il titolo a 1,6 euro ad azione, più di quanto valesse all’arrivo di Vivendi.

Uno snodo è la separazione della rete. Consiste nel conferire l’infrastruttura che trasmette i dati in una società ad hoc. Lo scorporo della rete è un ritornello che accompagna da decenni la storia di Telecom. Tanto sbandierato, ma mai portato a termine. Nell’ultimo anno ha battuto sull’argomento il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, che prima si è scontrato con l’ex amministratore delegato di Telecom, Flavio Cattaneo, a riguardo, e poi ha trovato una posizione più accomodante nell’attuale dirigenza espressa da Vivendi. Tanto che la società ha avviato il processo di scorporo.

Fatto trenta, però, il governo spinge perché Telecom faccia anche trentuno. Ossia unisca la sua rete a quella di Open Fiber, la società partecipata da Enel e Cassa depositi e prestiti, incaricata di cablare l’Italia. L’obiettivo è arrivare una sola società della rete di telecomunicazioni, tal quale Terna per l’energia. Gruppo da portare in Borsa.

Il progetto non ha mai convinto Vivendi, che così ha perso quel poco di fiducia conquistata con l’esecutivo Gentiloni dopo vari passi falsi, tra cui la mancata, e perciò contestata, comunicazione sul raggiungimento di una quota di controllo della compagnia telefonica.

I voti ottenuti da Vivendi all’assemblea di Telecom esclusa la propria percentuale (fonte Bloomberg)

Al contrario Elliott è convinta che il matrimonio s’ha da fare. Secondo gli americani scorporare la rete dimezzerebbe il debito che grava sui conti di Telecom. Oggi ammonta a 25 miliardi di euro, senza rete scenderebbe a 12 miliardi. “Non ha senso per Tim competere con un’altra rete”, è la tesi di Elliott. La società della rete potrebbe raggiungere i 2 miliardi di capitalizzazione entro il 2019, un flusso di cassa di 1,7 miliardi di euro e 2 miliardi di margine netto. E liberandosi di metà del debito, il cda potrebbe valutare di staccare una cedola agli azionisti.

Con queste premesse il piano di Elliott ha ottenuto le simpatie della politica, con un arco trasversale che va dal centrosinistra al Movimento 5 Stelle fino al centrodestra. Perciò Cassa depositi e prestiti, entrata nelle scorse settimane in Telecom con una quota del 4,9%, ha sostenuto la lista di Elliott. Così come altri piccoli azionisti.

La vittoria assicura agli uomini del fondo americano dieci posti su 15 nell’esecutivo. Entrano nel consiglio d’amministrazione Fulvio Conti, Alfredo Altavilla, Massimo Ferrari, Paola Giannotti de Ponti, Luigi Gubitosi (anche commissario straordinario di Alitalia), Paola Bonomo, Maria Elena Cappello, Lucia Moreselli, Dante Roscini, Rocco Sabelli. Conti, ex numero uno della compagnia energetica Enel, è il candidato in pectore alla presidenza. Dalla lista Vivendi approdano in cda l’attuale amministratore Amos Genish, Arnaud de Puyfontaie, Marella Moretti, Michele Valensise e Giuseppina Capaldo. Elliott ha comunicato di voler confermare Genish come ad.

Con questo ribaltone il 23,9% delle azioni non bastano a Vivendi per guidare l’azienda. Calenda ha commentato su Twitter che è “importante che [Telecom] diventi una vera public company“. Ossia una società guidata dalle scelte dei piccoli azionisti. All’assemblea degli azionisti, dov’era presente il 67,1% del capitale, Vivendi ha ottenuto, eccetto la sua parte, l’appoggio dell’11% dei presenti. Franco Lombardi, presidente dell’Associazione azionisti Telecom Italia (Asati), ha dichiatato in assemblea: “Auspichiamo che Elliott rimanga almeno per tre anni e che Telecom diventi una public company con Elliott attorno al 10% del capitale, Cdp al 10% e Vivendi che possa ridurre la propria quota adesso attorno al 24%“. Il deputato del Movimento 5 Stelle Stefano Buffagni, che ha seguito la vicenda, scrive su Facebook: “Ora arriva il difficile, e l’occhio pubblico dovrà tutelare l’interesse nazionale, la rete con analisi di scenario approfondite senza privilegiare gli speculatori“.

Elliott è quello che si dice un fondo attivista. Ossia è un socio che si farà sentire e che vuole ottenere il massimo profitto dal suo investimento. In Italia si è già fatto vedere. Ha comprato azioni di Ansaldo e ha finanziato Li Yonghong, l’uomo d’affari cinese che ha rilevato il Milan.


Fonte: WIRED.it