Fibra ottica, nasce il polo delle mini-telco: Irideos sfida i big



Fibra ottica (Pixabay)

La prima mossa per creare una nuova società della fibra ottica per le imprese scatta la scorsa estate. In due mesi F2i, acronimo per Fondi italiani per le infrastrutture, e il fondo europeo Marguerite mettono sul piatto oltre cento milioni di euro per acquistare due aziende locali di telecomunicazione, la veronese Infracom e la trentina Mc-Link, che porta con sé Big tlc, operatore di Bergamo. In successione nell’orbita del tandem F2i-Marguerite entrano anche i data center di Kpnq West. Su questa base i due fondi costruiscono Irideos. Entro luglio avverrà la fusione effettiva delle società in quello che si presenta con il nuovo polo italiano dell’information & communication technology. Mercato di riferimento: aziende e pubblica amministrazione.

L’antefatto
Per F2i, che ha investito in aeroporti, reti gas, energie rinnovabili e strade, Irideos è un ritorno al passato. Il fondo italiano era già azionista di Metroweb, la società che ha cablato in fibra a Milano e aveva progetti a Bologna, Genova e Torino.

Nel dicembre del 2016 la vende perché confluisca in Open Fiber, il gruppo posseduto a metà da Enel e Cassa depositi e prestiti (Cdp), la cassaforte di Stato nata per investire il risparmio postale. F2i incassa 714 milioni di euro. Soldi che reinveste nelle telecomunicazioni.

In un anno il fondo monta l’operazione Irideos. “Il processo di fusione si concluderà entro luglio”, spiega a Wired Vincenzo Scarlato, direttore marketing di Irideos. “Il progetto di integrazione mira a dare sostegno a questo tessuto di società di telecomunicazioni che non hanno la dimensione per competere con i grandi gruppi”, prosegue. E aggiunge: “Il nostro obiettivo sono aziende medie e medio-grandi, radicate sul territorio”.

Sul territorio
Infracom ha portato in dote ottomila chilometri di fibra ottica lungo le reti autostradali, tre data center e la sala Avalon in via Caldera a Milano, il più grande punto di scambio internet privato in Italia con i suoi 150 operatori. Nel campus di via Caldera è presente anche Kpnqwest con quattro data center. Big, già inglobata da Mc-Link, presidia la provincia di Bergamo e il suo tessuto di imprese con 540 chilometri di rete. Nel complesso, l’anno scorso le quattro aziende hanno chiuso con 159 milioni di euro di ricavi dai 20mila clienti gestiti. Hanno 10 data center, tra Milano, Roma, Trento e Verona, e 500 dipendenti, destinati però, nella riorganizzazione aziendale, a ridursi.

Non solo fibra
In totale la nascente Irideos ha 15mila chilometri di fibra lungo le autostradea, con 2.100 punti di accesso per spillarla. Ossia collegare distretti industriali sorti vicino alle arterie viarie del paese, collegati a queste ultime, ma isolati dalla rete in fibra. Secondo la mappatura di Infratel, la società dello Stato incaricata di realizzare il piano a banda ultralarga, solo il 15% della popolazione vive in aree nere, dove gli operatori di telecomunicazioni hanno un ritorno se tirano la fibra. Il 45% abita nelle zone grigie, redditizie solo in parte. E il restante 40% nelle aree bianche: cablarle costerebbe più dei possibili ricavi.

Irideos non poserà solo fibra. “Non è un’altra Open Fiber”, dichiara il direttore marketing. “Il piano è di espandere la rete in funzione delle esigenze del cliente. Noi non portiamo necessariamente la fibra”, spiega Scarlato. Quindi, in certe aree l’azienda potrebbe affittare fibra da altri operatori. E oltre alla rete il gruppo fornirà servizi in cloud, archiviazione dati e progetti di sicurezza informatica.

Campagna acquisti
Una delle direttrici di crescita è l’espansione territoriale. Siamo molti forti nel Nordest, spiega Scarlato. Questa strategia non passa solo da nuovi cavi e nuovi clienti. Il gruppo tiene le antenne drizzate per valutare altre aggregazioni di realtà locali. D’altronde altre piccole telco si sono alleate con gruppi dalle spalle più grandi. È il caso dell’umbra Go Internet, che ha siglato un patto di distribuzione con Open Fiber. Quindi Irideos punta a fare da calamita alternativa.

Il polo della fibra ha sponsor di peso. F2i ha varato un terzo fondo di investimento, con Gic, fondo sovrano di Singapore con 100 miliardi di dollari investiti, e il fondo pensione canadese Psp (139,2 miliardi di dollari collocati). E suoi azionisti sono Cassa depositi e prestiti, banche come Intesa Sanpaolo e Unicredit, nove fondazioni bancarie, due casse di previdenza, il fondo francese Ardian, il gruppo China investment corporation e il coreano National pension service. Mentre Marguerite è partecipato dalla stessa Cdp, dalle omologhe di Francia, Spagna, Germania e dalla Banca europea degli investimenti.

Il gruppo quindi ha spalle sufficientemente larghe anche per mirare a bocconi più succulenti. Come Sparkle, partecipata di Telecom che posa cavi a livello internazionale. L’amministratore delegato della compagnia telefonica, Amos Genish, ha dichiarato agli analisti che “Sparkle non rappresenta per noi il core business e quindi potremo considerare un deconsolidamento”. Vendere quindi. Operazione non facile, ma gradita anche al nuovo socio di riferimento, il fondo speculativo Elliott, che la considera una delle fonti da cui recuperare denaro per staccare cedole agli azionisti.

Cdp al centro
In Telecom ora siede anche Cdp, alleata proprio di Elliott nel ribaltone dei vertici. La Cassa è ormai il crocevia degli investimenti in telecomunicazioni in Italia. Open Fiber, di cui detiene la comproprietà, è candidata dal governo a fondersi con la rete di Tim in una società nazionale dell’infrastruttura, come Terna per l’energia. A Genish l’ipotesi non piace. Con gli analisti ha aperto a una possibile quotazione della società della rete, di cui Telecom manterrebbe il controllo.


Fonte: WIRED.it