La rete 5G è un pericolo per la salute umana? I rischi, l’allarmismo e le bufale



(Foto: Carl Court/Getty Images)

La prossima generazione della rete mobile, quella che abiliterà la Internet of things e aumenterà ulteriormente la velocità di trasferimento dei dati, è nella fase iniziale della sperimentazione sul territorio. Prima negli Stati Uniti, poi via via in tutto il mondo, con l’Italia inclusa già nel corso del 2018. Nel prossimo triennio, insomma, se tutto procede secondo le attese assisteremo all’arrivo della rete 5G su larga scala.

Come spesso accade al momento dell’introduzione di una nuova tecnologia, insieme all’entusiasmo per il salto generazionale, e per i benefici in termini di applicazioni quotidiane, nasce anche qualche timore legato alla sicurezza e ai potenziali rischi per la salute umana. Così, tra chi invoca il principio di precauzione per un sistema di telecomunicazione – si dice – non ancora adeguatamente testato, chi grida al complotto pilotato dalle multinazionali e chi tenta di riportare la discussione su un piano razionale basandosi sui risultati scientifici, il quadro che emerge è piuttosto caotico.

Creare inutili allarmismi probabilmente è sbagliato tanto quanto bollare tutte le obiezioni al 5G come semplici bufale campate per aria. La doverosa premessa è che a oggi non ci sono prove, e nemmeno indizi significativi, di danni alla salute umana causati dalla rete mobile di ultima generazione. Tuttavia, se da un lato gli scienziati sono già in grado di escludere (sulla base delle conoscenze assodate sull’interazione tra uomo e onde elettromagnetiche) effetti devastanti e scenari apocalittici, è altrettanto vero che al momento la letteratura scientifica sull’argomento è piuttosto scarna e, dato che si tratta di una tecnologia recente, mancano del tutto studi sugli effetti a lungo termine eseguiti su popolazioni vaste.

Le argomentazioni degli scettici
Il primo elemento ricordato da chi alimenta i timori per la rete 5G è la frequenza delle onde elettromagnetiche impiegate, più elevata rispetto alle tecnologie precedenti e che arriva fino alle decine di gigahertz (GHz), ossia corrispondenti a lunghezze d’onda dell’ordine del millimetro o poco inferiori. Dato che ciascun fotone trasporta energia in quantità direttamente proporzionale alla propria frequenza, qualcuno ne approfitta per prevedere dei non-meglio-specificati effetti biologici avversi.

Accanto a questo, le onde impiegate dal 5G hanno una minore capacità rispetto alle tecnologie precedenti di penetrare attraverso l’aria, la vegetazione e le pareti degli edifici, richiedendo dunque una più elevata densità urbana di micro-antenne che agiscano da ripetitori. Ciò porterebbe le persone a vivere a pochi metri da un ripetitore, e questa vicinanza sembra motivo di forti preoccupazioni nonché di lotte di quartiere per installare le antenne più lontano possibile dalla propria abitazione.

Infine, citando alcuni studi scientifici recenti, c’è chi sostiene che le onde elettromagnetiche proprie della rete 5G possano indurre più facilmente modifiche nello sviluppo di alcuni batteri, rendendoli magari antibiotico resistenti. Qui e qui si trovano le raccolte di tutte le tesi scettico-allarmistiche, con tanto di bibliografia scientifica più o meno autorevole (selezionata a tesi) per convincere il lettore di quanto il 5G sia pericoloso.

Niente panico
Il primo elemento da tenere presente quando si valuta un rischio dovuto a onde elettromagnetiche è che l’effetto dipende dall’intensità dell’onda, ossia dall’energia trasportata per unità di tempo e di superficie. Non ha alcun senso, infatti, sostenere che le frequenze del 5G siano pericolose perché “sono anche quelle utilizzate da certi tipi di armi”, dal momento che per la rete di telecomunicazioni si tratta di intensità estremamente basse. Il fatto che la capacità di penetrazione sia inferiore, inoltre, vale anche per i tessuti biologici, e ciò significa che gli effetti (qualunque essi siano) restano confinati nello strato più superficiale della pelle.

Quando l’allarmismo scade nel ridicolo
Ciò che alimenta seri dubbi sull’attendibilità scientifica di chi fa allarmismo è – oltre all’assenza di studi specifici e la genericità di molte argomentazioni sostenute – la comparsa di alcune tesi completamente infondate. Fra queste c’è l’idea che le onde elettromagnetiche del 5G abbiano una frequenza tale da stimolare una risonanza delle molecole d’acqua, “cuocendoci come in un forno a microonde”. Oppure che in questo modo qualcuno (di solito il Nuovo ordine mondiale) potrebbe riuscire a prendere il controllo del nostro corpo attraverso la cute, trasformandoci in schiavi.

L’altro elemento su cui riflettere è che, se da un lato scarseggiano a livello mondiale le pubblicazioni sul tema da parte delle grandi riviste scientifiche e delle più autorevoli testate giornalistiche, quasi tutto ciò che si trova online a proposito di rischi, danni e pericolosità del 5G proviene da fonti già note per essere sostenitrici di pseudoscienze, oppure da siti con un evidente tornaconto economico per le proprie affermazioni. Oltre ad alcune persone in comune con i sostenitori della fantascientifica teoria dei biofotoni di cui abbiamo già raccontato qui su Wired, si tratta di siti in cui si parla di astrologia, del sistema operativo Windows come la realizzazione di Matrix, di energia eterica e biologia quantistica. Oppure a raccontare i presunti rischi sono portali in cui, oltre a diffondere informazioni allarmistiche, si pubblicizzano apparecchi per difendersi dalle onde elettromagnetiche e si vendono corsi via email e podcast (notevole quello sulle frequenze armoniche della vita) per imparare ad auto-proteggersi. Come è evidente, in situazioni come queste si è decisamente sconfinati nel campo delle bufale.

La storia si ripete
Eppure non è la prima volta che si moltiplicano i timori per i presunti effetti biologici avversi delle reti di telecomunicazione. Erano gli anni Ottanta quando, all’arrivo sul mercato dei primi cellulari, emersero i pionieri della demonizzazione dei telefonini. Da allora, nonostante i molti timori, non è emerso alcun trend preoccupante di patologie riconducibili all’utilizzo dei telefonini e degli smartphone. Abbiamo passato la fase dell’1G, del 2G, del 3G e pure del 4G, abbiamo affrontato la tecnologia wi-fi e da anni viviamo immersi in ambienti con totale copertura di rete. A ogni innovazione – in modo più o meno energico – ci sono stati movimenti di contestazione, però al momento di danni statisticamente rilevanti e scientificamente dimostrati non ne sono emersi.

(Foto: Mike Rodhe/Flickr)

Tra gli evergreen dei contestatori, trasversali a tutti i tipi di rete, ci sono l’elettrosensibilità e i cosiddetti “effetti non termici delle radiazioni non ionizzanti”. La prima, nota anche come allergia al wi-fi, è un fenomeno con sintomi reali ma non imputabile all’esposizione ai campi elettromagnetici, bensì è una reazione negativa (per effetto nocebo) all’esposizione a qualcosa che di per sé è del tutto innocuo. Si tratta, insomma, di un auto inganno che si manifesta con sintomi veri e propri. Sugli effetti non termici, invece, si tratta di fantomatiche conseguenze biologiche delle radiazioni, mai identificate chiaramente. Se tutte le onde elettromagnetiche impiegate nelle telecomunicazioni hanno frequenze troppo basse per poter avere effetti ionizzanti sui tessuti biologici (e sono dunque classificate come non ionizzanti), gli unici effetti che possono provocare sul corpo umano consistono in un riscaldamento. Qualcuno però ipotizza che possano esserci altri effetti, appunto non termici e non di ionizzazione, capaci di indurre patologie o altri disturbi. Tuttavia, per il momento, si tratta di elucubrazioni prive di un riscontro scientifico.

La controversia e l’agnosticismo scientifico
Nell’agosto del 2016 il Los Angeles Times aveva annunciato la presenza di uno studio preliminare (di cui pare non essere ancora stata pubblicata la versione finale) in cui alcuni topi erano stati sottoposti per 4 ore e mezza al giorno, e per due anni, a radiazioni analoghe a quelle del 5G e di intensità pari al limite massimo stabilito (per l’uomo) dalle autorità statunitensi. Si è osservato in quel caso un aumento da due a quattro volte dell’incidenza di rari tumori al cuore e al cervello, ma solo negli esemplari maschi e inspiegabilmente non nelle femmine. Tuttavia il risultato era scientificamente troppo debole per poter portare a conclusioni affidabili, e in ogni caso non è affatto chiaro come un simile studio possa essere un’indicazione valida per la salute umana.

Al di là degli esperimenti preliminari sugli animali e delle conclusioni ormai solide sulla sostanziale sicurezza delle tecnologie di telecomunicazione precedenti, sul fronte della letteratura medica non c’è molto da aggiungere. Forse è anche per questo che pochi mesi fa 180 scienziati hanno sottoscritto un documento in cui si chiedeva di rimandare l’inizio della sperimentazione, in attesa di risultati più solidi relativi agli effetti a lungo termine sulla salute umana ed eseguiti da “ricercatori indipendenti dall’industria”. È certamente vero che a oggi non disponiamo di studi scientifici di durata pluriennale svolti su un ampio gruppo di persone, né di studi sulla sovrapposizione degli effetti dei campi elettromagnetici dovuti al 5G con quelli delle tecnologie precedenti. Tuttavia per avere questi dati servirebbe – appunto – molto tempo e un’ampia popolazione su cui svolgere l’indagine, e per ora non parrebbero esserci indizi di pericolosità tali da far invocare con forza il principio di precauzione, visti anche i precedenti delle obiezioni storicamente sollevate e che mai hanno finora trovato riscontro, come conferma anche l’Organizzazione mondiale della sanità.

Ciò non toglie la necessità di eseguire studi seri e approfonditi, con applicazione rigorosa del metodo scientifico, per scongiurare definitivamente anche i timori più remoti di un possibile – anche minimo – effetto sulla salute umana.


Fonte: WIRED.it