Dove va a finire la rete di Tim?



La rete in una società, i servizi di telefonia e comunicazione in un’altra. Tim ha pronto il piano per separare la rete di telecomunicazioni dal resto del gruppo e collocarla in una società ad hoc, di cui manterrà il controllo. Il progetto, nell’aria da decenni e mai attuato, è stato messo nero su bianco dal nuovo amministratore delegato della compagnia telefonica, Amosh Genish. Il prossimo 6 marzo il piano per la creazione di una società della rete, 100% proprietà Tim, potrebbe essere sul tavolo del consiglio d’amministrazione del gruppo, riunito per discutere del piano industriale. Prima serve l’ok di governo e Autorità garante delle comunicazioni (Agcom), ma oggi Genish ha incassato l’appoggio del primo, benché uscente, per bocca del ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda.

Abbiamo presentato un’ipotesi di evoluzione volontaria del modello si separazione delle rete”, ha spiegato Genish. L’operazione, ha aggiunto, “porterebbe alla creazione di un’entità legale separata controllata al 100% da Tim, con un alto livello di corporate governance”. Per Genish la creazione di una società della rete “segnerebbe una svolta epocale creando un modello di parità di trattamento di tutti gli operatori, unico in Europa”, perché “rafforza ulteriormente la parità di accesso alla rete, mantenendo prioritari la qualità del servizio e gli investimenti che garantiranno il proseguimento della copertura a banda ultra larga del paese”.

Perché Tim studia una divisione tra rete e servizi? La nuova società potrebbe ottenere dall’Agcom di liberarsi di alcuni lacci regolatori, visto che le reti sono considerate infrastrutture strategiche.

Inoltre potrebbe coinvolgere altri investitori, incassando risorse utili ad abbattere il debito. Al momento stime indicano che la rete Tim può valere tra 14 e 15 miliardi di euro, che oggi copre (dati aziendali, novembre 2017) il 73% delle abitazioni italiane. Quanto la capitalizzazione in Borsa del gruppo. Questo dato, però, non è fisso e dipenderà dalle contromosse dei concorrenti. In primis, Open Fiber, società incaricata dal governo di cablare in fibra ottica il paese. Se il gruppo completasse rapidamente le infrastrutture, il valore della rete Telecom potrebbe erodersi. A quel punto si potrebbe giocare la carta della fusione tra i due antagonisti, visto che una fonte qualificata sul tema conferma a Wired che l’ipotesi trova pressoché d’accordo i principali partiti.

Al dossier dello scorporo, d’altronde, dovrà lavorare il governo che uscirà dalle urne il prossimo 4 marzo. Per ora Tim ha incassato l’appoggio di Calenda, che aveva caldeggiato l’operazione. Il ministro ha anche precisato che, per effetto della normativa sul golden power, che consente al governo di difendere affari strategici per l’economia nazionale, una persona “di gradimento” sarà tra gli amministratori della futura società. I tempi non saranno immediati, anche se Calenda ha sollecitato a fare presto. Potrebbero volerci fino a tre anni per rendere operativa la società della rete. Nel frattempo la concorrente Open Fiber procede con i cantieri per la banda larga, anche se nei cluster C e D, le aree bianche, a fallimento di mercato, il piano procede più lento del previsto. Open Fiber ha aperto i cantieri in una sessantina di Comuni, contro i cento che avrebbe già dovuto raggiungere.


Fonte: WIRED.it