Loro 2 sceglie lo stile americano per racconta la decadenza



C’è un momento di Loro 2, in cui la confusione tra ciò che è vero (preso da atti processuali o parte delle cronache relative allo stile vita di Silvio Berlusconi) e ciò che è falso (inventato per il film e quindi paradossale) si fonde ad un livello tale che non è possibile più capire cosa sia uno e cosa sia l’altro.

In quel momento è evidente come Paolo Sorrentino sia riuscito a creare un film che lavora sulla commedia, che usa lo strumento del ridicolo in ogni scena e gioca a deformare tutto fino a renderlo risibile, solo per inserirci sprazzi di vero e dimostrare quanto questo non stoni, quanto in un mondo da cartone animato i veri dettagli, le vere frasi pronunciate o i veri oggetti (il grande vulcano che Berlusconi tiene in giardino) di questa storia assurda siano coerenti.

Non c’è nessuno di fatto nel nostro cinema oggi che sia in grado di ritrarre come fa Sorrentino, con (tutto sommato) poche immagini, l’idea che in molti hanno in testa, cioè quella di un’elite socioeconomica completamente fuori dal mondo, decadente da ogni punto di vista, ridicola e di impensabile infantilismo, che tuttavia comanda ed è il vertice di una piramide al cui fondo è pieno di persone che ambiscono ad entrare nelle loro grazie.

Una specie di nobiltà ridicolissima che gode di uno status che la propria cialtroneria non scalfisce.

Quel misto difficile da spiegare di squallore e opulenza, Loro (sia 1 che 2) riesce a rappresentarlo in pieno, e in esso inserisce maschere che raccontano benissimo l’assurda situazione di un popolo comandato da personaggi televisivi a tutti gli effetti, di plastica, eccessivamente colorati e più adatti ad uno studio di un varietà che ad un dibattito intellettuale.

Per Sorrentino il Silvio Berlusconi degli anni del bunga bunga cerca di esorcizzare il declino tramite il suo opposto, una sfrenata vitalità che non lo porta a nulla ma anzi lo perde ancora di più, accentuando il declino con il ridicolo, inficiando il lavoro politico e allontanandolo ancora di più la moglie Veronica.

Infelice anche se finalmente di nuovo al governo con un espediente da vero venditore (comprarsi dei senatori), non vuole vedere l’amico Mike, allontana l’ostile Veronica e sceglie le ragazzine e le feste fatte da chi da lui vuole sempre guadagnare qualcosa. La sua grande bellezza, come per Jep Gambardella, sta solo nel ricordo di un amore passato (Veronica Lario da giovane che si vede in un flash), ma è tutto lontanissimo e ancora più deprimente visto dall’alto dell’orgia di festini, davanti al famoso vulcano artificiale mai attivato.

E forse proprio perché non c’è nessuno in Italia oggi capace di creare un ritratto simile, così vivido nelle sue contraddizioni, così vero nella sua artificiosità, non stupisce poi tanto che Sorrentino lo faccia con uno stile molto lontano dal cinema italiano, che di certo si rifà al grottesco felliniano ma lo sfrutta per andare a parare altrove, sui lidi molto più statunitensi dell’eccitazione del pubblico.

Loro è pieno di personaggi ansiosi di conquistare, di arrivare in cima ed essere potenti e li racconta con grande eccitazione per quest’impresa. Scamarcio/Tarantini che ambisce ad arrivare a Silvio e compie la sua scalata a suon di coca e prostitute nel primo film, oppure Berlusconi stesso, in questo secondo, che lotta per tornare ad essere il vecchio Silvio, che vuole dimostrare a sé stesso di essere ancora quello di una volta, sono entrambi raccontati usando musica e montaggio per eccitare, per fomentare e coinvolgere il pubblico nella scalata e nel grande ritorno, là dove invece solitamente il cinema italiano non usa colonna sonora e montaggio per eccitare ma per creare partecipazione.

Nonostante sia evidentemente un film pieno di problemi, di personaggi che si perdono, storie non chiuse e cadute di stile, Loro 2 nei suoi momenti migliori (che, va detto, prevalgono) contiene una tangibile foga. È questa “l’ammirazione” che il film induce a provare verso i suoi antieroi, la massa di nani ballerine, papponi, bastardi, mentitori e venditori di fumo che mandano in rovina un paese ma verso con la cui lotta il film ci fa lo stesso empatizzare.

Sorrentino li condanna ma a modo suo, con il senso del ridicolo che così bene padroneggia. È questa la componente completamente diversa che esiste nei suoi film, intendere il cinema anche come un piacere ritmico. Ritrarre persone deprecabili (sempre), ma capendone e partecipando fino in fondo alle loro paturnie o alle loro egoistiche ma umanissime sofferenze, cavalcando con loro verso una meta che non raggiungeranno mai in pieno.


Fonte: WIRED.it