Come l’Italia e l’Europa contribuiscono agli attacchi dei droni Usa



Isaac Brekken/Getty Images

L’utilizzo dei droni armati da parte degli Usa è cresciuto esponenzialmente nell’ultimo decennio e, con l’approdo di Donald Trump alla Casa Bianca, gli Stati Uniti stanno incrementando ulteriormente il loro utilizzo di questi strumenti per condurre attacchi sia in contesti di guerra ufficiale come l’Afghanistan, sia in Paesi in cui non è in atto una guerra a tutti gli effetti come Pakistan, Somalia e Yemen.

Secondo le cifre del Bureau of Investigative Journalism, che da anni conduce un progetto di mappatura e analisi di questi attacchi, oltre 1550 civili sarebbero morti a causa dei 4737 attacchi documentati a partire dal 2004.

Le guerre segrete con i droni, però, sono per lo più condotte sotto il velo di segretezza della “guerra al terrore” iniziata da Bush dopo gli attacchi del 9/11 ed espansa fortemente da Barack Obama nei suoi anni alla Casa Bianca. I pochi e insufficienti dati ufficiali disponibili per quanto riguarda l’incidenza e le vittime dei droni militari in Medio Oriente, inoltre, stridono con le cifre raccolte dai giornalisti e dagli attivisti e da tempo ong ed esperti di diritto mettono in discussione la supposta legalità dei “targeted killing” effettuati in contesti extragiudiziari e non.

Amnesty International è una delle organizzazioni che sta cercando di far luce da diversi anni sulla dottrina Usa in fatto di droni e sulla scia dell’animosità di Trump in questo senso e l’apertura del fronte libico nell’uso dei droni, ha pubblicato un nuovo report per mappare il ruolo dei Paesi europei che, a vario livello e in vario modo, contribuiscono alle operazioni statunitensi con i droni militari.

Italia compresa.

“Deadly Assistance: The Role of European States in Us Drone Strikes”, il nuovo report di Amnesty pubblicato oggi, indaga a che titolo Italia, Olanda, Regno Unito e Germania sono coinvolte negli attacchi e se, in virtù della loro cooperazione, possano essere reputate co-responsabili delle vittime conseguenti e di violazioni del diritto internazionale. Dal report emerge, ad esempio, che Olanda e Germania condividono con gli Usa elementi di intelligence e signal intelligence (sorveglianza elettronica) che possono essere utilizzati per tracciare e colpire le vittime designate degli attacchi, inclusi i metadati delle telecomunicazioni di potenziali target. Elementi di prova del coinvolgimento della sorveglianza elettronica nei programmi drone erano emersi anche dai file di Snowden e dall’inchiesta “The Drone Papers” di The Intercept ed erano stati confermai dalle parole di Michael Hayden, già direttore della Cia e della Nsa.

Il report, pur non portando in superficie informazioni inedite nel complesso, ha il merito di illustrare lo scacchiere globale e l’ampiezza del network logistico e di intelligence che sostengono le operazioni con i droni degli Stati Uniti e illustrare, congiuntamente, il coinvolgimento dei vari Paesi coinvolti. I risultati del report sono stati anche riassunti da Amnesty anche in questa mappa interattiva:

L’Italia, in particolare, insieme a Germania e Regno Unito, è coinvolta sul piano logistico e infrastrutturale con le basi ospitate sul suo territorio e le infrastrutture di comunicazione a esse connesse, hub a tutti gli effetti da cui transitano informazioni e comunicazioni necessarie alla conduzione degli attacchi. Se la base tedesca di Ramstein è a tutti gli effetti il cuore pulsante dell’infrastruttura che sorregge attualmente gli attacchi drone dal punto di vista tecnologico e della comunicazione, anche la base siciliana di Sigonella “si inserisce nel più ampio network di possibilità che facilitano i programmi letali Usa con i droni”, come si legge nel report di Amnesty che delinea dettagliatamente il coinvolgimento del nostro Paese.

A Sigonella, a partire dal 2008, staziona ad esempio un’unità di droni Global Hawk in forza alla Nato, utilizzata per operazioni di sorveglianza e intelligence nel Mediterraneo. Le operazioni Usa di sorveglianza con i droni decollerebbero da Sigonella dal 2011. Solo due anni fa, però, si è appreso da un’inchiesta del Wall Street Journal, il governo italiano avrebbe acconsentito allo stazionamento di droni armati Usa nella base siciliana e al loro utilizzo per raid “difensivi” in Libia e sulla base di autorizzazioni da essere concesse caso-per-caso.

Una visita ufficiale alla base navale di Sigonella (Photo by Win McNamee/Getty Images)

Gli estremi di quell’accordo sono però sostanzialmente sconosciuti e non verificabili, dato che il documento di accordo tra gli Usa e l’Italia in merito di droni non è pubblico ed è stato approvato senza passare dal Parlamento. A essere disponibile è solo un Technical Arrangement risalente al 2006. L’European Center for Constitutional and Human Rights (ECCHR) di Berlino ha cercato di ottenere queste informazioni tramite richiesta Foia e ha ricorso al Tar del Lazio la scorsa estate dopo aver ottenuto un rifiuto. La vertenza è ancora in sospeso.

Il ruolo di Sigonella è diventato ancora più controverso quando, lo scorso settembre è circolata la notizia che i droni e gli aerei armati che hanno condotto dei raid contro Isis in Libia nella zona di Sirte sarebbero decollati proprio da Sigonella, come confermato dal New York Times.

Oltre all’appoggio logistico, si legge nel report di Amnesty, l’Italia è coinvolta nei programmi Usa con i droni anche dal punto di vista tecnologico e delle telecomunicazioni, grazie al sistema UAS SATCOM Relay Pads and Facility attualmente in costruzione a Sigonella e che, scrive Amnesty, darà supporto alle comunicazioni Usa via satellite anche per quanto riguarda le operazioni con i droni.

Secondo quanto riportato da Amnesty, che cita il sito dello studio di architettura che sta lavorando al progetto, il sistema che sarà pronto nel corso del 2018 servirà anche da backup per le medesime attività ora in transito da Ramstein. Allo stesso tempo, come noto, la base di Niscemi ospita una stazione del Mobile User Objective System (MUOS), un altro sistema di comunicazione satellitare delle forze armate Usa, la cui costruzione è stata completata tra proteste della comunità locale e battaglie legali.

Proteste per il Muos davanti alla base di Niscemi (foto:Antonio Melita/Demotix/Corbis)

Per via della sua “assistenza significativa” ai programmi Usa con i droni, scrive Amnesty, l’Italia – come gli altri Paesi in oggetto – potrebbe essere considerata responsabile di aver fornito assistenza in eventuali attacchi Usa compiuti al di fuori del diritto internazionale ai sensi, soprattutto, dell’Articolo 16 della Responsibility of State for Internationally Wrongful Acts della International Law Commission delle Nazioni Unite e potrebbe anche di conseguenza violare i suoi obblighi ai sensi del diritto internazionale sui diritti umani. “Il report approfondisce e ribadisce quanto diciamo da tempo: il sostegno tecnico, ma anche politico, all’uso anche letale dei droni Usa configura una complicità problematica, sia per il diritto internazionale sia per l’impatto che le guerre dei droni hanno sui conflitti e sulle loro drammatiche conseguenze”, commenta a questo proposito Francesco Vignarca, coordinatore della Rete Italiana per il Disarmo, raggiunto da Wired.

Nel report, Amnesty chiede ai Paesi coinvolti nel report di astenersi dal fornire assistenza ad attacchi drone che potrebbero essere illegali sia in contesti di conflitto bellico che in altri scenari ancora meno trasparenti e di chiarire, indagando il loro stesso ruolo, in che modo potrebbero essere stati coinvolti in potenziali attacchi o assassinii illegali. Secondo Vignarca, l’Italia dovrebbe ora “definire esplicitamente il raggio dei propri interventi, sia diretti che indiretti, dato che il nostro Paese si doterà a breve di droni armati e quindi potrà decidere attacchi in autonomia, sollevando una serie di problematiche non solo di natura etica ma anche legale“. L’Italia non ha risposto alle richieste di commento di Amnesty International.


Fonte: WIRED.it