Caso Ema, ha senso giocarsi un’agenzia europea con buste e sorteggi?



(foto: Ap/LaPresse)

L’Unione europea è capace di produrre una burocrazia elefantiaca, di inventare tavoli e tavolini di mediazione, regole e regolette da applicare, stanze e stanzine di compensazione. E poi, quando viene il momento di stabilire dove impiantare l’agenzia che valuta i farmaci in commercio nel vecchio continente e quella che sovrintende le banche, ci si regola con un sorteggio. Come fosse una partitella dell’oratorio o un gioco televisivo prima di cena.

È finita così la corsa di 19 città europee per aggiudicarsi la nuova sede dell’Agenzia europea del farmaco (Ema) e di otto per l’Agenzia bancaria (Eba), che entro il 2019 lasceranno Londra a causa della Brexit. I governi dei 27 Paesi hanno speso denaro, tempo ed energie, compilato dossier di candidatura, spedito i propri emissari ad assicurarsi alleanze in giro per l’Europa e, alla fine, la scelta è affidata a due buste. E così, al sorteggio finale per l’Ema, Amsterdam ha battuto Milano, che pure era avanti nelle precedenti votazioni.

Prima il testa a testa, infine la dea bendata.

L’Ema porta con sé novecento dipendenti con famiglie al seguito e circa 36mila visitatori all’anno. L’università Bocconi di Milano ha stimato che l’agenzia può generare un indotto di 1,7 miliardi di euro. Li guadagnerà Amsterdam. Non ci sarebbe troppo da rammaricarsi di questa sconfitta, che non intacca il primato italiano nell’industria del farmaco, se l’Europa fosse veramente unita. Se non fosse un’unione di campanili.

Se tutti giocassero con le stesse regole. Se queste assegnazioni non fossero frutto di accorte manovre di alleanze tra i governi, o, peggio, di sorteggi del tutto casuali, ma fossero effettuate sulla base di criteri oggettivi.

Se, insomma, i 27 ministri si fossero seduti intorno a un tavolo e, faccia a faccia, si fossero assunti la responsabilità di decidere quale città fosse la scelta migliore, allora resterebbe poco da commentare. Da un sondaggio tra i dipendenti dell’Ema, ad esempio, Amsterdam era risultata la destinazione preferita.

Ma quando si vota a scrutinio segreto e, al momento decisivo, ci si affida alla sorte, c’è qualcosa che non funziona. Qualcosa che non funziona anche se avesse vinto Milano a scapito di Amsterdam in quel ballottaggio. Perché il gioco delle buste è la strategia di chi sceglie di non decidere, specie se deve addolcire gli animi prima della sua prova.

Ieri, dopo l’Ema, i 27 Paesi hanno votato anche la nuova destinazione dell’Agenzia bancaria, Eba. In finale sono arrivate Dublino e Parigi. Poche ore prima che si scegliesse la nuova casa dell’Ema, l’Irlanda ha deciso di ritirarsi dalla corsa per il farmaco, annunciando di concentrarsi solo su quella bancaria. Come dire: chi ha orecchie per intendere intenda. La mossa non è servita a granché, perché anche l’Eba è arrivato in dote alla capitale francese per effetto di un sorteggio.

In conclusione, è giusto riconoscere che i funzionari delle due agenzie si trasferiranno in due città mozzafiato. Ed è opportuno ricordare che ristoratori, albergatori, scuole e negozi di Milano potranno sopravvivere anche senza i miliardi promessi da Ema. I vertici dell’Unione europea e i ministri dei 27, invece, dovrebbero porsi qualche domanda prima di chiudere questo fascicolo. E chiedersi se abbia avuto senso questo cancan, se abbia senso il loro lavoro, quando, in fin dei conti, per decidere bastava lanciare in aria una monetina.


Fonte: WIRED.it