Banca Intesa: i bulli dove sono?



La prima volta che ho avuto a che fare con le dinamiche Corporate di motivazione è stato in una sessione di orienteering per una grande multinazionale. In pratica, la sera prima ci avevano riuniti in una sessione di training con lo scopo di trasformare cento campioni mondiali di divano estremo in un incrocio fra Rambo e Cristoforo Colombo: lettura delle mappe, punti cardinali, riconoscimento di mille segnali mai visti prima con l’obiettivo di percorrere un percorso di guerra alla ricerca di oggetti nel minor tempo possibile. Parole d’ordine: “engagement, team building, empowerment!” 

(Termini inglesi usati a sproposito, forzature e castronerie che avrei risentito, uguali a se stesse, tutte le volte che entro in un’azienda sopra i diecimila dipendenti. E, tutte le volte, convinti di essere unici nel loro genere).

Cento colleghi – mai incontratisi prima con l’unico comun denominatore di essere quotidianamente in competizione gli uni contro gli altri nella lotta costante al miglior fatturato a tutti i costi – dovevano diventare all’improvviso comunicativi e affiatati per rappresentare al meglio i valori aziendali.

L’unica cosa che sarebbe valsa la pena imparare era quali fossero questi benedetti valori aziendali che, al netto di tutte quelle belle parole pseudo inglesi usate male, nessuno aveva mai visto passare negli occhi dei suoi capi, troppo impegnati a fatturare e a dare obiettivi che, si sa, devono essere raggiungibili e condivisi.

I Grandi Comunicatori della Rete che in questi giorni hanno preso le distanze dal video pubblicato da alcuni dipendenti di Intesa San Paolo, catalogando come bullismo il flusso di commenti generato da quello che ormai sappiamo con certezza far parte di un concorso interno a Intesa San Paolo e che mai sarebbe dovuto uscire da quelle pareti, (salvo il fatto che 90.

000 dipendenti erano a conoscenza non solo del concorso ma anche del repository in cui i video sarebbero stati raccolti), a mio avviso hanno spostato l’attenzione da un tema ben più evidente.

Il cyber-bullismo è un fenomeno ben preciso che si avvale di premeditazione, progettazione e messa in opera.

Non si può dare del cyber – bullo a migliaia di persone che hanno usato i social come fanno ogni giorno nei confronti del sindaco Raggi o della Boldrini, a suo tempo verso la Fornero, le sparate di Salvini e sull’attività di quasi tutti i politici più in evidenza. Sarebbero dunque cyber-bullismo anche tutte le battute all’indirizzo della coppia Fedez-Ferragni e ogni volta che parte un thread popolare sulla rete che ormai sappiamo ondeggiare sempre verso il consenso e mai in controtendenza. O, forse, il potere costituito e il jet set godono di una forma particolare di immunità, per cui è concesso commentare senza che nessuno si indigni?

Per una volta, gli analogici sindacati battono gli effervescenti digitali 2 a 0 con una presa di posizione chiara e diretta:

Le immagini che abbiamo visto riportano alla memoria la saga di Fantozzi e il Direttore Totale Cobram, per cui di primo acchito si è portati a credere a una parodia – scrivono i sindacati – ma ad un’analisi più approfondita risulta invece tutto vero e alla risata spontanea subentra la mortificazione”. Messaggio finale: “Simili iniziative vengano abbandonate.

Perché il succo della questione che sfugge ai Guru del Web (troppo nutriti di Comunicazione Digitale ma totalmente digiuni di Cultura Aziendale) in fondo è tutto qui: nella comunicazione pubblicitaria che ha imposto per anni alle aziende di “metterci la faccia”. Con la differenza che Francesco Amadori, Giovanni Rana e Ennio Doris non dovevano chiedere il permesso a nessuno e avevano tutto l’interesse per far sapere che polli, tortelli e bastoni di legno fossero i prodotti migliori del mondo, mentre il vero bullismo a cui dovremmo prestare attenzione è chiedere ai propri dipendenti di testimoniare a favore di un ambiente di lavoro stressante, poco gratificante, che internamente non corrisponde mai ai valori che si vogliono (far) comunicare all’esterno.

La cultura americana dei balletti aziendali, dei team building motivazionali, dei carboni ardenti, degli sport estremi, della finzione che diventa comunicazione così ben testimoniata da Paolo Virzì ha un bug di sistema fin troppo evidente: 1) è facoltativa, ma te lo sta chiedendo il tuo capo. 2) non è coerente con l’ambiente quotidiano di lavoro.

Non è un caso se le analisi di clima non sono molto gradite da imprenditori e dirigenti, se per diventare “Best Place to Work” le interviste vengono estese a campione e non a tutto il personale e se intervistando i dipendenti di grosse aziende alla maggior parte di loro sfugge quale sia la mission e la vision aziendali, ben impresse nelle homepage dei siti e riportate nei bilanci di sostenibilità tanto di moda.

E infine c’è un problema di dignità a cui solo chi ha il cervello offuscato da powerpoint e meeting del lunedì mattina può essere sfuggito in questa operazione simpatia al risparmio (di certo gli spot con la Gialappa’s devono esser costati di più). Quando si fanno operazioni di questo genere, prima di tutto si deve essere molto certi che l’ambiente di lavoro sia davvero coerente (non dico per tutti e 90.000, ma almeno per la stragrande maggioranza dei collaboratori) con ciò che si chiede di testimoniare, poi si affidano i processi a qualcuno che sappia usare gli strumenti digitali e conosca i media in maniera approfondita e, infine, si coinvolgono le persone dando loro prima una formazione adeguata e poi istruzioni di buon senso.

Non è un caso che quegli attori, diventati involontariamente popolari, anziché difendere l’azienda abbiano cancellato i loro account social.

E forse non è un caso che Fabio, il vero eroe di questa vicenda, si sia sottratto a questa pantomima, dandosi per malato.


Fonte: WIRED.it