Lotus Birth, i rischi di lasciare che il cordone ombelicale si stacchi da solo



(foto: Getty Images)

Nei giorni scorsi un caso di cronaca ha riacceso i riflettori sulla pratica della Lotus Birth. Una partoriente a Udine si è rifiutata infatti di tagliare il cordone ombelicale, preferendo che questo si staccasse invece naturalmente. Un caso che ha visto i medici rivolgersi direttamente alla Procura. La pratica della Lotus Birth prevede, infatti, che dopo la nascita non si recida il cordone ombelicale del neonato, ma che questo rimanga attaccato alla placenta fino al suo distacco naturale. Distacco che può avvenire nel giro di un paio di giorni, ma anche estendersi fino a dieci. Durante questo periodo, la placenta viene trasportata insieme al bambino, spesso contenuta in una bacinella o in un cesto (su Pinterest e Instagram non è difficile trovare foto, a volte impressionati). Ma si tratta di una pratica che gli esperti tendono a sconsigliare. Perché naturale, ancora una volta, non significa necessariamente buono o meglio, ribadiscono.

La Lotus Birth non è una pratica nuova. Se ne parla già da tempo, e nel mondo occidentale deve parte della sua fama a Jeannine Parvati Baker, una ostetrica e insegnante di yoga, che così lo definiva: “Che cos’è esattamente il Lotus Birth?È un rituale del dopo-parto, dei primi giorni di intimo isolamento.

La nostra cultura occidentale ha perduto in gran parte questi rituali importantissimi del dopo-parto e i nostri bambini mostrano segni di essere cresciuti troppo in fretta, spinti verso una fase di crescita successiva prima di essere essenzialmente pronti, con l’inquietudine e la dissociazione che tutto ciò comporta”.

La citazione campeggia sul sito della Lotus Birth® Italia, l’associazione italiana dedicata a questo tipo di parto, che permetterebbe, si legge, di proteggere la salute del neonato, con “armonia fisica e stabilità metabolica”. Neonati che non subirebbero lo stress artificiale del taglio del cordone, non spenderebbero le energie per stabilizzare il “proprio sistema” e apparirebbero anche visibilmente più rilassati. Questo perché, rimanendo la placenta attaccata fino a naturale decadimento al bambino, avrebbe tutto il tempo per trasferire i propri nutrienti ed energia. Un’intuizione che si fa risalire a Clair Lotus Day (da cui il nome) un’infermiera californiana che si era accorta di come il taglio del cordone ombelicale indebolisse l’aura delle persone, che sosteneva di vedere.

(Foto via Pixabay)

A oggi non abbiamo alcuna evidenza scientifica a sostegno della Lotus Birth, né per quanto riguarda i benefici in termini di salute né di comportamento dei bambini”, racconta a Wired.it Mauro Stronati, presidente della Sin, Società italiana neonatologia. “Nella pratica preferiamo sì lasciare il cordone ombelicale attaccato per favorire un maggior afflusso di sangue, ma non più di qualche minuto.

La Sin, solo pochi mesi fa, aveva emanato un documento in cui prendeva una posizione netta, dichiarando come fosse meglio evitare la pratica della Lotus Birth. “Se le iniziative personali non sono dannose o rischiose per se stessi e gli altri non possiamo dir nulla, in caso contrario però no”. E qui, nel caso della Lotus Birth, va avanti Stronati esiste un rischio di infezioni associato al trasporto della placenta insieme al bambino per giorni. Non di rado cosparsa di sale per favorirne l’essicazione e di oli profumati per combattere i cattivi odori: “Come ribadiva anche il britannico Royal College of Obstetricians and Gynaecologists, dopo qualche minuto dalla nascita il cordone ombelicale cessa di pulsare e la placenta senza circolazione diventa poi un tessuto morto, suscettibile di infezioni – spiega Stronati – alcuni microrganismi potrebbero colonizzarla, infettarla, e da qui trasmettersi anche al bambino”. Tanto che, continuava il Royal College of Obstetricians and Gynaecologists, laddove praticata la Lotus Birth deve accompagnarsi a un attento monitoraggio per le infezioni, come conferma anche la Sin, per lo più in in riferimento ai parti in casa. Ma non solo: uno studio – uno tra i pochi reperibili su PubMed in materia – condotto da un team modenese raccontava il caso di un bambino nato con Lotus Birth nel quale si era sviluppata una forma di epatite idiopatica giovanile, guarita spontaneamente dopo il primo mese.

La Lotus Birth però non solo rappresenta un rischio da un punto di vista sanitario. Lo potrebbe diventare anche da un punto di vista giuridico: “La placenta è un rifiuto speciale e come tale ha norme di smaltimento specifiche, ma non solo”, riprende Stronati, “Non esiste alcuna indicazione ministeriale per questa pratica, non è riconosciuta e di fatto, anche gli ospedali che accettano di praticarla su richiesta delle partorienti, lo fanno a rischio della propria direzione sanitaria”.


Fonte: WIRED.it