Perché oggi lavoratori dei fast food protestano (anche in Italia)



Il manifesto della protesta dei lavoratori dei fast food in Italia (Filcams Cgil)

Il contratto nazionale è scaduto nel 2013. E, da allora, non è mai partita la negoziazione per rinnovarlo. Per questo oggi i lavoratori italiani dei fast food hanno unito la loro voce a quella dei colleghi di tutto il mondo. Dal 2014 il 4 settembre è la giornata internazionale dei lavoratori dei fast food, proclamata dalla Iuf, la federazione internazionale che riunisce i sindacati dei settori alberghiero e della ristorazione. La protesta globale denuncia “il pagamento di salari bassi e inadeguati al lavoro svolto, contratti applicati unilateralmente senza orari minimi garantiti e occupazione precaria”, come scrive Filcams Cgil, il sindacato che rappresenta Iuf in Italia, che ha organizzato presidi al motto di “Fast&Furious”.

I lavoratori dei fast food dello Stivale hanno i loro motivi per protestare. Il contratto nazionale che regolava il settore è scaduto quattro anni fa e non è mai stato aggiornato. “La Federazione italiana pubblici esercizi (Fipe, ndr), che è l’associazione datoriale, non ha dato seguito al rinnovo.

Questo implica che le tabelle dei minimi salariali sono rimaste immutate a quattro anni fa”, dichiara Elvira Miriello, della segreteria Filcams di Milano.

Dal 2010 al 2013 i lavoratori dei fast food hanno ottenuto un aumento complessivo di 115 euro nello stipendio annuale, riconosciuto in scaglioni nel triennio per adeguare la busta paga al costo della vita. Dal 2013, però, i salari sono fermi. “E questo avviene in un settore in cui la stragrande maggioranza dei lavoratori ha orari part-time, non condivisi o scelti, ma imposti dalle aziende – aggiunge Miriello -.

La media è di 18 ore settimanali, con un guadagno netto in busta paga di 400 euro al mese”. Il fast food però non è più un “lavoretto”: “La maggior parte del personale ha almeno dieci anni di anzianità aziendale“, chiosa la sindacalista.

I lavoratori dei fast food in protesta a Milano (foto: Filcams Cgil Milano)

I sindacati spingono anche per ottenere migliori riconoscimenti economici per i riposi che non vengono compensati e per il lavoro nei giorni festivi o nei fine settimana, che corrispondono ai momenti di picco. Inoltre si vogliono porre le basi per firmare anche accordi aziendali, dove individuare formule per la conciliazione dei tempi di lavoro tra vita e famiglia e strumenti di welfare. Gli interlocutori, d’altronde, non sono più di una decina: Mc Donald’s, Autogrill (che ha anche i marchi Spizzico e Burger King e, riconosce Miriello, “ha un integrativo nazionale aziendale”), MyChef, Chef Express, Lagardère (con insegne come Ristop, Briccocafè e Culto) e Sarni al Sud.

All’orizzonte si profila qualche margine di manovra. A fine agosto Fipe e Angem, associazione della ristorazione collettiva, hanno scritto ai sindacati, dichiarandosi disponibili ad aprire un confronto. I tempi, però, non sono ancora chiari. Mentre è chiaro che il settore della ristorazione è in salute. Nel suo ultimo rapporto, Fipe indica che nel 2016 che i pasti fuori casa pesano per oltre il 35% sui consumi alimentari delle famiglie italiane e sono in leggera crescita, al contrario della spesa di casa (-12% tra il 2007 e il 2015). Mentre dal rapporto di Assofranchising, che riunisce le aziende di negozi in affiliazione, emerge che fast food, pizzerie e caffetterie hanno fatturato nel 2016 1,79 miliardi di euro, il secondo risultato per valore tra le categorie dei punti vendita.

La rivendicazioni dei lavoratori italiani si riflettono in quelle dei colleghi di altri Paesi, spesso assunti dalle medesime multinazionali. In Regno Unito, ricorda la Filcams, il sindacato Bafwu ha bloccato i contratti a zero ore, imponendo a Mc Donald’s di “stipulare contratti fissi con un numero minimo di ore garantite”. In Germania è scontro sui salari, mentre in Nuova Zelanda il colosso della grande M ha capitolato alle richieste di Unite Union di aumentare la busta paga dello staff.

Negli Stati Uniti l’industria dei fast food è da anni sotto il tiro della campagna sindacale Fightfor15. L’obiettivo è di ottenere un salario minimo di 15 dollari all’ora. In Italia al momento la paga oraria si aggira a 8,5 euro e i sindacati vorrebbero strappare un picolo avanzamento a 9 euro l’ora.


Fonte: WIRED.it