Netflix presenta Suburra: “La televisione italiana sta cambiando”



Venezia – È appena finita la conferenza stampa di Suburra: La serie (i cui primi due episodi abbiamo visto ieri), il primo originale Netflix italiano che quest’anno porta la piattaforma di streaming al cuore della Mostra del Cinema. Presente quasi tutto il cast: Alessandro Borghi nei panni di Aureliano Adami, Giacomo Ferrara in quelli di Spadino, Claudia Gerini in quelli di Sara Monaschi, Eduardo Valdarnini nella parte di Lele, Filippo Nigro nel ruolo di Amedeo Cinaglia e Samurai interpretato da Francesco Acquaroli. Assieme a loro i registi Michele Placido, Andrea Molaioli e Giuseppe Capotondi, la sceneggiatrice Barbara Petronio e i produttori Riccardo Tozzi e Gina Gardini.

È un momento storico, quello in cui la piattaforma di streaming, sempre più globale nel respiro, è arrivata anche da noi. Placido, infatti, esordisce sostenendo che “la TV italiana, la Rai sta cambiando e lo dimostra partecipando a un progetto come questo. Mi sono trovato spiazzato i primi giorni, ma stiamo vivendo una rivoluzione e sono contento di farne parte”.

Suburra: La serie è un prequel agli eventi rappresentati da Stefano Sollima nella sua pellicola Suburra, tratta dal romanzo di Giancarlo De Cataldo e Carlo Bonini. Secondo Petronio il senso dell’operazione è “mostrare dei protagonisti più giovani, mostrare da dove sia nata l’energia che vediamo nel film. Sono personaggi universali ma anche particolari, sono calati in un contesto che è Roma. È un racconto di formazione nel quale conosciamo la loro fame di conquista in una città nella quale imparano a sopravvivere e a crescere.

L’idea è mostrare dei giovani differenti da quanto abbiamo già visto”. L’aggettivo usato da Petronio a più riprese è divertente, traduzione di entertaining, uno dei dettami dello storytelling Netflix che secondo taluni giornalisti sarebbe nuovo nella definizione di una storia di mafia e potere e “usata senza remore alcuna” a differenza del passato. Continua Petronio:“Il contesto, questa città difficile, ci consente di esplorare dei conflitti incredibili. Sì, per esempio ci siamo divertiti a unire uno zingaro al suo più acerrimo nemico cioè un ragazzo di Ostia… Il che ci ha dato grande linfa creativa”.

Interviene presto anche Claudia Gerini, il cui personaggio – nelle prime due puntate – è pennellato in una cornice dove le donne sembrano spesso trovare un ruolo più marginale. Sara Monaschi è una donna molto ambiziosa. Il suo, come quello degli altri personaggi, è un viaggio emozionale. Lei è il revisore dei conti in Vaticano… È una donna in Vaticano, qualcosa di raro; è molto vicina al presidente della commissione del patrimonio immobiliare della Santa Sede quindi il suo è un ruolo chiave. Ovviamente – essendo sposata con un altro uomo di sua santità che ha anche una società edilizia – è toccata dal piano di espansione di Roma che è al centro della storia e gli appetiti di chi le sta attorno toccano anche lei. È una donna capace, di talento. È arrivata lì dov’è non solo per la capacità nel mondo finanziario, ma anche nelle relazioni. Lavora nei salotti. È la Roma che conta, e ne conosce i segreti. Conosce soprattutto i segreti del monsignore corrotto con cui lavora”.

Alla domanda se Roma sia davvero come viene rappresentata risponde lo scrittore del romanzo Di Cataldo (in prima fila tra il pubblico) che precisa: “Ci sono degli elementi di realismo, ma questa Roma è fiction. Una storia vera si trasforma, si dilata. Se avessimo voluto scrivere un reportage giornalistico non avremmo chiamato la storia Suburra ma Saggio sulla corruzione di Roma. Quindi, cercate di capire: ogni racconto è sempre una metafora e ogni metafora è sempre un’interpretazione, e ogni interpretazione è sempre un racconto. È sempre fiction”.

Per Borghi, eroe principale della vicenda dei panni dell’Aureliano Adami che diverrà Numero 8, liberarsi proprio di quel numero e di una storia già nota è stato interessante. “Sono andato a ricostruire un personaggio quando aveva molta meno consapevolezza del potere, e specificamente della gestione del potere. Partiamo da un po’ di anni prima, quando è ancora in seno alla famiglia, è l’inizio di un processo che lo porterà a divenire quanto vediamo nel film. Il punto chiave per lui era cercare di trovare un posto che ancora non era ben definito… e infatti per trovarlo gli tocca affacciarsi ad altri mondi”.

Per il produttore Tozzi, infine, “la specificità di Netflix è il suo essere internazionale, globale, non ha le categorie dell’aggancio nazionale. Dunque da un lato richiede qualcosa di forte e autentico che abbia una potenza derivante dalla verità, dall’altro che parli a tutto il mondo. Il lavoro è stato molto intenso. Netflix spinge nella direzione di un linguaggio vero a livello globale. La nuova serialità è un racconto ancorato ai fondamentali del racconto per immagini, fatto della materia di cui sono fatti i sogni. Non è pedagogia.

Conclude Petronio: “La politica la leggiamo, la studiamo. Prendiamo ispirazione, ma questa è una Roma vista da produttori, registi, sceneggiatori e attori. La mettiamo al servizio del racconto e dei temi del nostro racconto. Roma oggi ci spaventa forse come cittadini, ma non come narratori.


Fonte: WIRED.it