Banda ultralarga, non ci sono solo i big: ecco le mini-telco italiane



Con un investimento di oltre cento milioni di euro in due mesi è nato in Italia un nuovo polo della banda larga. F2i, il più grande fondo di investimento in infrastrutture del Belpaese, e Marguerite, fondo lussemburghese che ha alle spalle sei banche di Stato europee, hanno acquisito il controllo delle società di telecomunicazioni Infracom e Mc-link. L’obiettivo, spiegano i due acquirenti, è di creare “un’unica piattaforma tramite la quale aggregare altri operatori attivi nel frammentato mercato dei servizi di telecomunicazione rivolto alla clientela business”. Un polo della banda larga per le imprese.

F2i, acronimo che sta per Fondi italiani per le infrastrutture, è di casa nel settore delle telecomunicazioni. Fino al dicembre dello scorso anno era il socio di maggioranza di Metroweb, la società nata per cablare Milano, Bologna, Genova e Torino, confluita in Open Fiber. Da quella vendita il fondo guidato dall’amministratore delegato Renato Ravanelli ha guadagnato 714 milioni di euro, che non sono rimasti a lungo in cassa.

Il 19 giugno F2i ha formalizzato l’acquisizione per 57,8 milioni di euro del 94,12% di Infracom, società di Verona nella galassia della spagnola Abertis. La società italiana opera in tandem con Marguerite, un fondo europeo partecipato dalla stessa Commissione e da sei banche pubbliche, tra cui c’è la Cassa depositi e prestiti (Cdp), che è anche azionista di F2i e della stessa Open Fiber.

Un mese dopo la coppia di investitori mette a segno un nuovo colpo: Mc-link.

Operatore trentino, il gruppo di telecomunicazioni passa di mano per 50,5 milioni di euro ai nuovi azionisti di maggioranza, che ora attendono il via libera dalla Presidenza del consiglio per perfezionare l’operazione e lanciare un’offerta pubblica di acquisto sulle ultime azioni in mano al mercato. Su queste basi F2i e l’alleato vogliono fungere da calamita per i piccoli operatori delle telecomunicazioni in Italia, offrendo 11mila chilometri di fibra ottica in oltre trenta città, connessioni nei distretti industriali e sei data center.

La banda larga non è solo affare per i giganti, nonostante la concorrenza più agguerrita sia tra l’ex monopolista di Stato, Tim, e il nuovo veicolo pubblico per colmare il divario digitale della penisola, Open Fiber. I piani di Telecom sulle connessioni in fibra passeranno al vaglio del nuovo esecutivo della compagnia, dopo l’addio dell’amministratore delegato Flavio Cattaneo e la stretta dell’azionista di maggioranza, la francese Vivendi, che ha messo in soffitta il progetto di cablare senza incentivi statali le aree bianche d’Italia.

Di contro, Open Fiber, la joint venture di Enel e Cdp, è impegnata nell’apertura dei cantieri dopo aver vinto le prime due gare pubbliche di Infratel. Sondrio e Pavia sono le ultime due città in cui Open Fiber ha annunciato l’avvio dei lavori. “Entro il 2019 copriremo tutti i capoluoghi di provincia della Lombardia”, ha dichiarato Guido Garrone, direttore reti e operazioni di Open Fiber.

Mc-link, ad esempio, ha concentrato la sua strategia sulle connessioni rivolte alle imprese. Ha cablato i distretti industriali della provincia italiana, come quelli di Fidenza e Lemignano a Parma, Concorezzo in Brianza, Santa Palomba e Pavona a Roma, Gricignano Scalo a Caserta, e le aree turistiche delle capitali della Costa Smeralda, Porto Cervo e Porto Rotondo. Gli analisti della Sim Integrae stimano che entro il 2020 investirà altri 12 milioni di euro sulle reti, passaggio “particolarmente cruciale per aumentare la sua quota di mercato”.

Cresce per alleanze anche Go Internet, società di Gubbio che ha stretto un patto con Open Fiber per distribuire le connessioni fino a casa. Nel 2016 la compagnia di telecomunicazioni ha chiuso il bilancio con 6,3 milioni di euro di ricavi (in aumento del 20% rispetto al 2015) e un utile netto di 552 milioni di euro. Quest’anno Go Internet ha investito a Perugia, dove ha portato la fibra fino a casa, poi si è aggiudicata una gara del ministero dello Sviluppo economico per le frequenze della banda larga. In questo modo, la società ha potuto investire sulle connessioni veloci senza fili. A luglio ha superato il 40mila abbonati, il 16% in più rispetto allo scorso anno.

Abbiamo attivato nuove stazioni radio base nelle province di Parma, Reggio Emilia, Bologna, Forlì- Cesena, Pesaro e Macerata per espandere la rete e rafforzare la copertura e siamo molto interessati ai prossimi sviluppi del 5G che utilizzerà anche le nostre frequenze”, spiega il direttore operativo Flavio Ubaldi. Secondo una valutazione degli analisti di Edison, “Go è in una posizione forte per accelerare nuovamente lo sviluppo del suo network sia all’interno sia oltre le regioni in cui è già presente”. La società ha le licenze delle frequenze radio fino al 2023 e opera in un bacino dove abita mezzo milione di persone e 900mila sono le persone che hanno rinunciato all’abbonamento al telefono fisso tra Marche ed Emilia, rappresentando il mercato più adatto per la compagnia.

Opera sulla banda larga wireless anche Eolo, società di Varese, che connette 200mila clienti tra famiglie e imprese, per un fatturato di 10 milioni di euro al mese. Di recente la società ha lanciato un piano per assumere over 45, perché, come ha spiegato l’amministratore delegato Luca Spada, “possono offrire competenze acquisite sul campo e mettere a disposizione la propria maturità professionale”. In un mese sono arrivate 3.682 candidature al quartier generale di Busto Arsizio, dove sono già stati inseriti sette nuove lavoratori.

Secondo l’ultima rilevazione dell’Autorità garante delle comunicazioni, in Italia stanno crescendo le connessioni a banda larga. Tra gennaio e marzo del 2017 le reti fisse a 10 megabit al secondo hanno sfiorato quota 16 milioni di unità, circa 770mila in più del 2016. Circa 3,9 milioni di unità in più si aggiungono ai collegamenti in fibra fino all’armadio in strada o fino a casa. Nel mobile le connessioni a banda ultralarga (più di 30 megabit al secondo) sono quasi raddoppiate in un anno, dal 9,9% del totale al 17,4%. Pesano gli investimenti dei grandi, ma anche delle piccole compagnie di telecomunicazioni e delle multiutility. Come la toscana Estracom o la lombarda A2a, che ha costituito una sua divisione smart city che comprende le reti in fibra. La multiservizi dei Comuni di Milano e Monza ha inglobato l’anno scorso Lgh, che in dote ha portato una delle città più cablate d’Italia: Cremona. La città dei violini Stradivari ha settemila utenti che ricevono la fibra fino a casa.

Tuttavia la massa di investimenti per cablare l’Italia potrebbe non colmare appieno il divario digitale. Lo ha osservato Infratel nella sua recente indagine sugli investimenti delle compagnie di telecomunicazione entro il 2020. La ricerca ha coinvolto 31 operatori, grandi e piccini, e 19 milioni di numeri civici. Tra tre anni il 60,9% degli indirizzi esaminati riceverà connessioni a 30 mega, il 21,7% a 100 mega e il 17,4% non sarà coperto da nessun servizio (oggi è il 46,5%).

Tuttavia, osservano da Infratel, i 30 mega spesso si raggiungono con la tecnologia Vdsl, una sorta di Adsl potenziata, però oltre i 500 metri di distanza dell’armadio “le prestazioni decadono rapidamente”. E un 1,8% di utenti risulta collegato a 30 mega oltre i 500 metri, quindi naviga a una velocità molto più bassa di quella dichiarata dagli operatori. E anche alcuni civici coperti sulla carta dalle linee wireless, non ricevono il segnale. Nel complesso, nel 2020, il 78,4% delle case non avrà ancora la fibra fino all’appartamento.

La partecipata del ministero dello Sviluppo economico ha evidenziato che le intenzioni di investimento sui 100 mega restano fisse al 23%, mentre calano quelle sui 30 mega, dal 47,5% del 2018 al 38,4% del 2020. Per questo Infratel teme che si creeranno nuove aree bianche, ossia dove nessun operatore ha ritorno a investire. Saranno l’8,2% delle unità immobiliari totali (case e imprese), per via delle compagnie che ritirano i loro progetti e quelle che assicurano un servizio che in realtà non arriva.


Fonte: WIRED.it