Downsizing rimpicciolisce Matt Damon ma tradisce la fantascienza



Venezia – In Downsizing, il film che apre il Festival di Venezia, Matt Damon sceglie di diventare alto quanto il bocciolo di una rosa perché glielo consente un programma speciale di lotta per la salvezza del mondo. Per gli altri registi rimpicciolire un essere umano porta ad incredibili avventure, comiche esplorazioni del corpo umano o epiche familiari, per Alexander Payne è un modo di combattere i danni ecologici portati dall’uomo sul pianeta.

Il film si apre con un gruppo di scienziati che riesce nell’impresa di miniaturizzare un topo e, pochi anni dopo, annuncia alla comunità scientifica di aver ridotto in scala degli esseri umani che, nei 4 anni trascorsi, hanno generato rifiuti non decomponibili che entrano in un normale sacco della nettezza urbana.

Tutto è un po’ grottesco, come nello stile di Alexander Payne (regista non avvezzo alla fantascienza ma molto alla commedia come dimostrano Sideways e Paradiso Amaro). A dimostrarlo è la procedura di rimpicciolimento, concepita come un misto di accuratezza scientifica e cialtroneria comica: ai soggetti vengono infatti estratte le protesi dentarie e tutto quello che di artificiale hanno nel corpo perché non si ridurrebbe, per poi reinnestarlo ex novo una volta piccoli, ma poi quando vengono effettivamente rimpiccioliti, passano degli infermieri a grandezza naturale che li prelevano con una spatola di quelle con cui si girano gli hamburger sulla griglia.

Ovviamente in Downsizing non sarà il contrasto fantascientifico tra scoperte e difetti umani il cuore del racconto perché, nonostante lo spunto, questo non è davvero un film di fantascienza.

Sarà semmai il destino di Paul, cioè Matt Damon, fisioterapista che non trova pace, disposto ad ogni cambiamento assurdo pur di sentirsi a proprio agio, a costituire il centro di tutto. Addirittura verso la fine il film virerà sui toni apocalittici, quelli della fine del mondo ecologica, senza mai cambiare davvero rotta, inevitabilmente lasciando un po’ di amaro in bocca per quello che una storia così sveglia e capace di dire molto sul nostro mondo, non è diventata.

Perché Payne, in fondo, crede relativamente al disastro ecologico. Non è un negazionista ma di certo è scettico sull’allarmismo, non vuole fare un film a tesi ma sembra costantemente ricordare al pubblico che tutte le istituzioni truffano il povero protagonista. Che tutto è enfatizzato ed edulcorato, che non c’è da fidarsi completamente mai di nessuno, nemmeno della propria moglie.

Nel futuro di Downsizing tutto è esageratamente eco-sostenibile e tutte le persone sono troppo preoccupate dell’ambiente, finendo per non esserlo davvero. Un po’ come faceva Bong Joon-ho con i suoi attivisti scemi di Okja, anche qui l’ecologismo per moda è il vero bersaglio. Tutto ha una facciata sostenibile ma nulla cambia davvero. Del resto tutto il film è un grido disperato di persone che sono disposte addirittura a farsi rimpicciolire pur di non cambiare vita seriamente, pur di continuare nel solito benessere.

Da piccoli infatti tutto costa meno, meno materiale, meno provviste, meno impatto sul mondo. I soldi risparmiati da un umile lavoratore sono una ricchezza una volta inserito nel sicuro micromondo e tutti vogliono andarci per quello, per fare una vita da ricchi, con ogni comfort finalmente. Insomma è la versione da commedia indie del paradigma del futuro distopico, e funziona pure! Almeno funziona fino a che Downsizing non decide che in realtà preferisce abbandonare quel genere e le sue conseguenze e concentrarsi più sulla commedia indie americana, sulle personalità strambe e le situazioni assurde, di fatto perdendo molta della sua spinta iniziale.


Fonte: WIRED.it